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Isabella Blow, photo courtesy of Somerset House

Isabella Blow, photo courtesy of Somerset House

It touched me to read the piece by Andrew O’ Hagan, appeared today on T magazine, the blog by New York Times, announcing the exhibition “Isabella Bow, Fashion Galore!”, organized by the Isabella Blow Foundation in collaboration with the Central Saint Martins which will be held in London at the Somerset House from the 20th November 2013 to 2nd March 2014. The article I am glad to share with you dear FBFers features a private memory of Isabella Blow told by Jeremy Langmead along with precious remarks about the essence of eccentricity, its core, what separates style and uniqueness from fashion, what represents an icon, a dandy and distinguishes it from an aesthete, modern Des Esseintes (leading character of “Against the grain”, the novel by Joris-Karl Huysmans) with more or less successful results in terms of surface(though the surface often justifies and substitutes the lack of contents and ideas). Genuineness in the way of being, thinking, acting and doing. That is the way I remember and celebrate Isabella Blow, a real eccentric, her work, as well as the one made by others legendary eccentrics as Vivienne Westwood, Leigh Bowery, Anna Piaggi, Yves Saint Laurent and Quentin Crisp who gave us a lot in terms of emotions and ideas, ways to look at reality, to be, by considering another side, using another point of view, nullifying the clichés of conventional way of thinking.

The meaning of a true eccentric isn’t in the costume — it’s in the soul.

Jeremy Langmead tells a memorable story about Isabella Blow. “Imagine the office at News International, all the male journalists sitting around in shirt sleeves,” Langmead says. Now the editor in chief of the online men’s wear retailer Mr Porter, Langmead was the editor who hired Isabella Blow as fashion director of the Sunday Times Style Magazine in London in 1997. “In comes Isabella wearing giant mink antlers sticking out from the top of a coat. It was absolutely about who she was in her soul. At lunchtime she would sit among all the printers, eating her roast beef dressed like that, as if it was the most natural thing in the world.”

The outlandish, deeply unusual former assistant at Vogue who became mentor to a generation of fashion designers, editors and photographers, Isabella Blow is the subject of a new exhibition set amid the Neo-Classical splendor of London’s Somerset House. The surroundings are appropriate, for this is not just a show but an acknowledgement of how her sense of style opened the minds of her peers. She is hereby raised into the pantheon, lauded for the very personal vision that once disgusted the establishment.

Blow was eccentric from her top feathers to the paint that adorned her toes. I used to see her at parties sometimes, and she was a fantastically alarming person; when she smiled, throwing her head back, you saw a sneering mouth so red with lipstick that it was like an open wound. She never seemed like just another one of the fashion crowd: she was a visionary who ripened with new ideas every morning, not every season, and was a genuine muse in a world of phonies.

Leigh Bowery, photo by Nick Knight

Leigh Bowery, photo by Nick Knight

Yves Saint Laurent, photo by Richard Avedon

Yves Saint Laurent, photo by Richard Avedon

Quentin Crisp, photo courtesy of  Crisperanto: the Quentin Crisp Archives (crisperanto.org)

Quentin Crisp, photo courtesy of Crisperanto: the Quentin Crisp Archives (crisperanto.org)

True eccentrics — the Isabella Blows, the Vivienne Westwoods, the Anna Piaggis and the Stephen Tennants, as if there could ever be more than one of each — are the kind of people whose entire existence is devoted to individuality and innovation. That’s what makes a real eccentric: they really mean it, and they’re willing to suffer for it. Their social function is to explode our preconceptions about what beauty is and what good taste means. Eccentrics raise the bar on the impossible.

Yet, unfortunately, there are a few too many fake ones out there now. These are the imitators, the publicity scavengers, the ones who think it’s merely about fame or attention. They seem to be working not from a brilliant fund of ideas or from a conviction that their outer selves must be used to express a fascinating inner landscape. On the contrary, they’re just showoffs who dress up for the cameras. For people interested in our contemporary times, this is an important distinction: the true eccentric gives us more mystery, more wonder about being human, a new side to beauty, while the faux-eccentric gives us less of everything.

ECCENTRICITÀ & AUTENTICITÀ COME STILE DI VITA: ISABELLA BLOW

Isabella Blow, photo by Sean Ellis, courtesy of tmagazine.blogs.nytimes.com/

Isabella Blow, photo by Sean Ellis, courtesy of tmagazine.blogs.nytimes.com/

Mi ha emozionato leggere il pezzo di Andrew O’ Hagan, apparso oggi su T magazine, il blog del New York Times che annuncia la mostra “Isabella Bow, Fashion Galore!”, organizzata dalla Isabella Blow Foundation in collaborazione con la Central Saint Martins che si terrà a Londra presso la Somerset House dal 20 novembre 2013 al 2 marzo 2014. L’ articolo che sono lieta di condividere con voi, cari FBFers, ha quale protagonista un ricordo Isabella Blow raccontato Jeremy Langmead unitamente a preziose delucidazioni sull’ essenza dell’ eccentricità, il suo cuore, ciò che separa lo stile e l’ unicità dalla moda, ciò che rappresenta un icona, un dandy e lo distingue da un esteta, dai moderni Des Esseintes ( protagonista di “A ritroso”, il romanzo di Joris-Karl Huysmans) con più o meno felici risultati in termini di superficie (benché la superficie spesso giustifichi e sostituisca la mancanza di contenuti ed idee). Genuinità nell’ essere, pensare, agire e fare. Così mi piace ricordare e celebrare Isabella Blow, una vera eccentrica, il suo lavoro e quello di altri leggendari eccentrici quali Vivienne Westwood, Leigh Bowery, Anna Piaggi, Yves Saint Laurent e Quentin Crisp che ci hanno dato tanto in termini di emozione ed idee, modi di guardare la realtà, di essere, considerando un’ altra dimensione, avvalendosi di un altro punto di vista, vanificando i clichés del pensiero convenzionale.

Il significato di un vero eccentrico non si trova nell’ abito – è nell’ anima.

Jeremy Langmead racconta una memorabile storia su Isabella Blow. “Immagina l’ufficio di News International, tutti i giornalisti uomini che bighellonano in camicia,” Langmead racconta. Adesso l’ editor in chief del rivenditore di abbigliamento uomo Mr Porter, Langmead era l’ editore che ha assunto Isabella Blow come fashion director del Sunday Times Style Magazine a Londra nel 1997. “Entra Isabella che indossa  gigantesche corna di visone che spuntano fuori dalla parte superiore di un cappotto. Assolutamente era tutta una questione di chi ella fosse nella sua anima. All’ ora di pranzo stava seduta in mezzo a tutti i tipografi, a mangiare il suo roast beef condito in quel modo, come se fosse la cosa più naturale al mondo.”

La stravagante, profondamente fuori dal comune ex assistente di Vogue che è diventata il mentore di una generazione di fashion designers, editori e fotografi, Isabella Blow è il soggetto di una nuova mostra allestita tra lo splendore neoclassico della Somerset House di Londra. Gli ambienti sono appropriati, per ciò che non è soltanto una mostra, ma un riconoscimento di come il suo senso di stile abbia aperto le menti dei suoi pari. È con questo elevata all’ interno del pantheon, lodata per la sua personale visione che una volta disgustava l’ establishment.

La Blow era una eccentrica dalla cima delle sue piume al colore che adornava le dita dei piedi.  Ero solito incontrarla alle feste qualche volta ed era una persona fantasticamente allarmante, quando sorrideva, sbattendo indietro la testa, vedevi una bocca beffarda talmente rossa di rossetto che sembrava una ferita aperta. Non era mai simile a nessun altro della gente della moda: era una visionaria che maturava nuove idee ogni giorno, non ogni stagione, ed era una musa vera in un mondo di falsi.

Vivienne Westwood, photo courtesy viviennewestwood.co.uk

Vivienne Westwood, photo courtesy viviennewestwood.co.uk

Anna Piaggi, photo by N

Anna Piaggi, photo by N

I veri eccentrici — le Isabella Blow, le Vivienne Westwood, le Anna Piaggi e gli Stephen Tennant, come se ci potesse mai essere più di uno di loro – sono il tipo di persone la cui intera esistenza è dedicata all’ individualità e all’ innovazione. Questo è ciò che rende tale un vero eccentrico: essi intendono davvero ciò e sono disposti a soffrire per questo. La loro funzione sociale è distruggere i nostri preconcetti su ciò che la bellezza sia e su ciò che si intenda per buon gusto. Gli eccentrici alzano il tiro sull’ impossibile.

Finora, sfortunatamente, ce ne è qualcuno, troppi i finti che sono adesso là fuori. Questi sono gli imitatori, i predatori di pubblicità, quelli che pensano che sia meramente una questione di fama o attenzione. Sembrano intenti a operare non partendo da un brillante deposito di idee o dalla convinzione che la loro esteriorità debba essere usata per esprimere un affascinante panorama interiore. Al contrario sono soltanto gente che si esibisce, si veste per esporsi dinanzi ai flash delle macchine fotografiche. Per la gente interessata alla nostra contemporaneità, questo è un importante tratto distintivo: il vero eccentrico ci regala più mistero, più meraviglia riguardo all’ essere umano, una nuova dimensione di bellezza, mentre i finti eccentrici ci regalano meno di tutto.”

http://tmagazine.blogs.nytimes.com

http://www.somersethouse.org.uk

suzy

It has recently held in London at Christie’s the sale of “In my fashion, the Suzy Menkes collection”, which included 95 items, Suzy Menkes’ clothes and accessories, made by the most renowned yesterday and today fashion houses as Ossie Clark, Hermès, Chanel, Louis Vuitton, Prada, Christian Lacroix, Versace, Missoni, Yves Saint Laurent, Van Cleef & Arpels, Christian Dior, Salvatore Ferragamo, Burberry, Marni, Emilio Pucci, Jean Muir, Janice Wainwright, Bill Gibb, Ossie Clark and Celia Birtwell. The auction sale included also a talk featuring Suzy Menkes, Jasper Conran along with two creatives from the new generation of fashion designers appreciated by the celebrated journalist of Herald Tribune, Erdem and Mary Katrantzou. Here Suzy focused on the emotional value of her garments, reminding of the necklace she wore in this circumstance which talked about a forty years old African woman who has started working doing that. The talk has documented by Showstudio, a video I am glad of sharing with you, dear FBFers which gives rise to a smashing journey through the fashion idea  and life of one of most relevants pen from fashion journalism, Suzy Menkes.

“IN MY FASHION, THE SUZY MENKES COLLECTION” IN VENDITA DA CHRISTIE’S

Suzy Menkes, photo by N

Suzy Menkes, photo by N

Si è recentemente tenuta a Londra da Christie’s la vendita di “In my fashion, the Suzy Menkes collection” che ha incluso 95 capi, abiti e accessori di Suzy Menkes, realizzati dalle più rinomate case di moda di ieri e oggi quali Ossie Clark, Hermès, Chanel, Louis Vuitton, Prada, Christian Lacroix, Versace, Missoni, Yves Saint Laurent, Van Cleef & Arpels, Christian Dior, Salvatore Ferragamo, Burberry, Marni, Emilio Pucci, Jean Muir, Janice Wainwright, Bill Gibb, Ossie Clark e Celia Birtwell. La vendita all’ asta ha incluso anche un talk con Suzy Menkes, Jasper Conran unitamente a due creativi della nuova generazione di fashion designers apprezzati dalla celebre giornalista dell’ Herald Tribune, Erdem and Mary Katrantzou. Ivi Suzy si è soffermata sul valore emozionale dei suoi abiti, ricordando la collana da lei indossata in quell’ occasione che parlava di una quarantenne Africana la quale aveva iniziato a lavorare facendo ciò. Il talk è stato documentato da Showstudio, un video che sono lieta di condividere con voi, cari FBFers, il quale dà vita a un formidabile viaggio attraverso l’ idea della moda e la vita di una delle più autorevoli penne del giornalismo di moda, Suzy Menkes.

www.christies.com

Torpedo the Ark, philosophy blog by Stephen Alexander featuring me

Torpedo the Ark, philosophy blog by Stephen Alexander featuring me

I recently ran into Stephen Alexander and the philosophy blog he made Torpedo the Ark, that yesterday featured a post about the six reasons why fashion is fabulous and the question of style is philosophically crucial, giving rises to many thoughts (as the notion of fashion as method for consummation of nihilism) and questions – especially the one concerning the superficiality of fashion, as I always believed fashion is a serious, relevant issue, considered the art of geniuses like Mariano Fortuny, Madeleine Vionnet, Elsa Schiaparelli, Yves Saint Laurent, Cristobal Balenciaga, Gianni Versace, Alexander Mc Queen who made fashion a work of art, others like Vivienne Westwood, Moschino who criticized and mocked the contemporary times and its pathologies, bringer of a healthy ethic who gave rise to genuine revolutions in the realm of fashion and recently also other ones as the illuminated fashion designer Ilaria Venturini Fendi, creator of ethical fashion brand Carmina Campus promoting the sustainability and the culture of re-use -, focusing on interesting themes as dandyism, queer and camp culture I observe, explore and celebrate and in the end including me, circumstance which amazes, touches and honors me. Here to you the post I am glad to feature and share with you.

Mariano Fortuny

Mariano Fortuny

Six reasons why fashion is fabulous and the question of style is philosophically crucial:

1) Because Professor Teufelsdröckh, despite being a typical German Idealist in many respects, is right to suggest that in the “one pregnant subject of clothes, rightly understood, is included all that men have thought, dreamed, done, and been” [Sartor Resartus].

Madeleine Vionnet

Madeleine Vionnet

2) With its obsessive desire for the New as a value in and of itself, the logic of fashion is the determining principle of modernity. To his credit, Kant, who was often mocked by his friends for his fine silk shirts and  silver-buckled shoes, was one of the first to identify this irrational principle and note that fashion therefore has nothing to do with aesthetic criteria (i.e. it’s not a striving after beauty, but novelty, innovation, and constant change). Designers seek to make their own creations as superfluous as quickly as possible; they don’t seek to improve on anything and there is no progress, purpose, or ultimate goal within the world of fashion (a short skirt is not an advance on a long dress). If it can be said to have any aim at all, it is to be a potentially endless proliferation of forms and colors.

Elsa Schiaparelli wearing the hat she made (1937)

Elsa Schiaparelli wearing the hat she made (1937)

3) It’s true that many philosophers regard fashion as something trivial and beneath their attention. Doubtless this is why the most interesting work written on the subject has tended to come from the pens of our poets and novelists including Baudelaire, Wilde, Mallarmé, Edgar Allan Poe, Proust, and D. H. Lawrence. But there are notable exceptions to this: Nietzsche, Barthes and Baudrillard, for example, all concerned themselves with the language of fashion and the question of style. And they did so because they understood that once the playful and promiscuous indeterminacy of fashion begins to affect the ‘heavy sphere of signs’ then the liquidation of values associated with the order of referential reason is accelerated to a point of rupture. Fashion, in other words, is a method for the consummation of nihilism.

Charles Baudelaire, photo by Félix Nadar

Charles Baudelaire, photo by Félix Nadar

4) Closely associated with fashion is the practice of dandyism: whilst primarily thought of as a late eighteenth and early nineteenth century phenomenon, dandyism can in fact be traced back as an ethos or way of living to the Classical world of ancient Greece, where techniques of the self and arts of existence were accorded singular importance amongst all those who wished to give style to their lives (i.e. that one needful thing which, in all matters, is the essential thing rather than sincerity).

Lord George Bryan Brummell known as "The Beau"

Lord George Bryan Brummel known as “The Beau”

5) The world of fashion also understands and perpetuates ideas of camp and queer. The first of these things, thought of somewhat problematically as a sensibility by Susan Sontag, taught us how to place quotation marks around certain artefacts and actions and thereby magically transform things with previously little or no worth into things with ironic value and perversely sophisticated appeal. Camp thus challenges conventional notions of good taste and high art and also comes to the defence of those forms and, indeed, those individuals, traditionally marginalized and despised.

As for queer, it’s never easy or advisable to try and summarize this notion; it’s a necessarily mobile and ambiguous concept that resists any fixed definition. Indeed, it’s technically impossible to say what queerness ‘is’ as isness is precisely what’s at issue in its rejection of all forms of onto-essentialism: it refers to nothing in particular and demarcates a transpositional positionality in relation to the normative. In other words, queer is a critical movement of resistance at odds with the legitimate and the dominant; it challenges the authority of those who would keep us all on the straight and narrow and wearing sensible shoes.

Nunzia Garoffolo

Nunzia Garoffolo

6) Finally, fashion matters because, without it, figures such as Nunzia Garoffolo would not exist and without women such as this in the world, clothed in the colours of the rainbow, life would be as ugly and as dull as it would be without flowers. We do not need priests all in black, or politicians all in grey. But we do need those individuals who bring a little splendour and gorgeousness into the world, otherwise there is only boredom and uniformity.

 MODA & FILOSOFIA: “PHILOSOPHY ON THE CATWALK” SU THE TORPEDO THE ARK, IL BLOG DI STEPHEN ALEXANDER

Yves Saint Laurent, photo by Richard Avedon

Yves Saint Laurent, photo by Richard Avedon

Mi sono recentemente imbattuta in Stephen Alexander e nel suo blog di filosofia Torpedo the Ark che ieri ha presentato un post sulle sei ragioni per cui la moda è splendida e la questione dello stile è filosoficamente rilevante, dando vita a plurime riflessioni (quali la nozione di moda quale metodo di attuazione del nichilismo) e interrogativi – specialmente quello inerente la superficialità della moda, avendo sempre creduto che la moda sia una cosa seria, importante, considerando  l’ arte di geni quali Mariano Fortuny, Madeleine Vionnet, Elsa Schiaparelli, Yves Saint Laurent, Cristobal Balenciaga, Gianni Versace, Alexander Mc Queen che hanno reso la moda un’ opera d’ arte, altri quali Vivienne Westwood, Moschino che hanno criticato e beffeggiato la contemporaneità e le sue patologie, portatori di una salubre etica che ha dato vita ad autentiche rivoluzioni nell’ ambito della moda e recentemente anche altri quali l’  illuminata fashion designer Ilaria Venturini Fendi, creatrice del brand di moda ethical Carmina Campus che promuove la sostenibilità e la cultura del riuso -, affrontando interessanti tematiche quali il dandismo, la cultura camp e queer che osservo, esploro e celebro e alla fine include me, circostanza che mi emoziona, commuove e onora. Eccovi il post che sono lieta di presentare e condividere con voi.

Cristobal Balenciaga

Cristobal Balenciaga

Sei ragioni per cui la moda è fantastica e il problema dello stile è filosoficamente determinante:

Ilaria Venturini Fendi

Ilaria Venturini Fendi

1) Stante il Professore Teufelsdröckh, nonostante sia per molti aspetti un tipico idealista tedesco, é ragionevole suggerire che in “qualsiasi tema significativo di abiti, ragionevolmente inteso, è incluso tutto ciò che gli uomini hanno pensato, sognato, fatto e che sono stati” [Sartor Resartus].

Gianni Versace, photo by Nancy Ellison

Gianni Versace, photo by Nancy Ellison

2) Con il suo ossessivo desiderio di nuovo quale valore in sé e di sé, la logica della moda è il determinante principio di modernità. Per merito suo, Kant, che è stato sovente preso in giro dai suoi amici per le sue raffinate camicie di seta e le scarpe con le fibbie d’ argento, è stato uno dei primi a identificare questo principio irrazionale e notare che la moda non ha pertanto nulla a che fare con il criteri estetici (n.b. non è protesa verso la bellezza, ma la novità, l’ innovazione e il cambiamento costante). I designers cercano di realizzare le proprie creazioni tanto superficialmente quanto più velocemente possibile, non cercano di migliorare qualcosa e non c’è alcun progresso, scopo o fine ultimo all’ interno del mondo della moda ( una gonna corta non è un anticipazione di una gonna lunga). Semmai potrà ritenersi per avere una qualsiasi finalità che dovrà essere una potenziale proliferazione senza fine di forme e colori.

Vivienne Westwood, photo by Juergen Teller

Vivienne Westwood, photo by Juergen Teller

3) É vero che plurimi filosofi guardano la moda come qualcosa di triviale e al di sotto della loro attenzione. Senza dubbio ciò è il motivo per cui la più interessante opera scritta sull’ argomento è spesso provenuta dalle penne dei nostri poeti e scrittori che includono Baudelaire, Wilde, Mallarmé, Edgar Allan Poe, Proust e D. H. Lawrence. Ma ci sono illustri eccezioni a ciò: Nietzsche, Barthes e Baudrillard, per esempio, tutti si interessavano del linguaggio della moda e della questione dello stile. E costoro hanno effettuato ciò avendo compreso che quando la ludica e promiscua indeterminatezza della moda comincia a toccare “la pesante sfera dei segni”,poi la liquidazione di valori associati con l’ ordine della ragione referenziale è accelerata verso un punto di rottura. La moda in altre parole è un metodo di attuazione del nichilismo.

Alexander McQueen

Alexander McQueen

4)Strettamente associate alla moda è la pratica del dandismo: benché primariamente ritenuto fenomeno del tardo diciottesimo secolo e degli inizi del diciannovesimo secolo, il dandismo può infatti essere rimesso a fuoco quale un ethos o modo di vivere del mondo classico dell’ antica Grecia, in cui era data rilevante importanza alle tecniche del sé e arti di esistenza tra tutte quelle cose che gli individui ritenevano di dessero stile alle proprie vite (ossia quella qualsiasi cosa indispensabile che, in tutte le questioni, è la cosa essenziale invece della sincerità).

Oscar Wilde

Oscar Wilde

5) II mondo della moda comprende e perpetua anche idee di camp e queer. La prima di queste cose, ritenuta in qualche misura problematicamente una sensibilità da Susan Sontag, ci ha insegnato il modo in cui porre le virgolette intorno a certi artefatti e azioni e in tal modo trasformare magicamente le cose come prima erano senza alcun significato o valore in cose di valore ironico e dal fascino perversamente sofisticato. Camp pertanto cambia nel nozioni convenzionali di buon gusto e arte di pregio ed giunge anche alla difesa di quelle forme e, realmente, degli individui che tradizionalmente sono marginalizzati e disprezzati.

Moschino

Moschino

Mentre per il queer, non è mai facile o consigliabile provare a sintetizzare questa nozione, essendo un concetto necessariamente mobile e ambiguo che resiste a ogni definizione fissa. È davvero tecnicamente impossibile dire ciò che la queerness ‘sia’ quale “isness” sia precisamente, ciò che è il tema centrale nel suo rifiuto di tutte le forme dell’ essenzialismo ontologico: fa riferimento a niente in particolare e demarca una posizionalità transposizinale in relazione a ciò che è normativo. In altre parole queer é un movimento critico di resistenza in conflitto con ciò che è legittimo e dominante; si muta il potere di quelli che vigilerebbero su tutti noi in modo leale e angusto.

 

6) Infine, la moda è importante, poichè senza di lei, personalità quali Nunzia Garoffolo non esisterebbero e senza donne come lei nel mondo, vestite dei colori dell’ arcobaleno, la vita sarebbe tanto terribile e tanto noiosa come si starebbe se non ci fossero i fiori. Non abbiamo bisogno di preti tutti in nero o politici tutti in grigio. Abbiamo invece bisogno di quegli individui che portano un pò di splendore e bellezza nel mondo, altrimenti esiste soltanto  noia e uniformità.

Nunzia Garoffolo

Nunzia Garoffolo

 

http://torpedotheark.blogspot.co.uk

Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

The celebrated fashion designer Hedi Slimane, creative director of legendary fashion house Yves Saint Laurent made as photographer the campaign for Spring/Summer 2013 Yves Saint Laurent homme collection, featuring the Dutch model Saskia de Brauw, successfully making concrete that gender-neutral – glam-rock inspired – aesthetics which is a leitmotiv of his work.

L’ ESTETICA NEUTRALE AL GENDER DI YVES SAINT LAURENT HOMME DI HEDI SLIMANE

Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

Il celebre fashion designer Hedi Slimane, direttore creativo della leggendaria casa di moda Yves Saint Laurent ha realizzato nelle vesti di fotografo la campagna pubblicitaria per la collezione primavera/estate 2013 Yves Saint Laurent homme di cui è protagonista la modella olandese  Saskia de Brauw che concretizza felicemente quell’ estetica neutrale al gender – di ispirazione glam-rock – che è un leitmotiv della sua opera.

Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

YSL Spring/Summer 2013, Saskia de Brauw, photo by Hedi Slimane

www.ysl.com

It will be opened on 7th December 2012 in Prato – renowned textile district – at the Prato Textile Museum the exhibitionVintage. The irresistible charm of the livedwhich will run through 30th May 2012, event organized by the Prato Textile Museum Foundation, Prato Chamber of Commerce, City and Province of Prato in collaboration with the Prato Savings Bank, Saperi Ldt., Vicenza Folk Bank and made in collaboration with the A.N.G.E.L.O. Vintage Archive and Vice-Presidency of ACTE Italy (European Textile Cities Association). Here it will be told – through an exhibition path made of four sections, including over one-hundred clothes and textiles – about the significant role had by the practice of used which gave rise a genuine costume trend as well as its relevance in the contemporary fashion and textile design. This theme is also explored by the catalogue of exhibition, a precious source that depicts themes as the use of its vintage collections by a fashion house as well as the vintage as means for the re-branding – rebirth and re-launch of a brand – and the use of vintage during the current age of postmodernism, featuring essays by celebrated and brilliant fashion historians, authors and critics as Aurora Fiorentini, Maria Luisa Frisa and many other ones. A not to be missed happening for all the ones who work in the realm of fashion as well as to fashion and textile enthusiasts and passionate.

VINTAGE, L’ IRRESISTIBILE FASHION DEL VISSUTO AL MUSEO DEL TESSUTO DI PRATO 

Vintage music band from the Sixties, ANGELO Vintage archive, photo by Alessandro Moggi

Sarà inaugurata il 7 dicembre 2012 a Prato – rinomato distretto tessile – presso il Museo del Tessuto di Prato la mostraVintage. L’ irresistibile fascino del vissutoche proseguirà fino al 30 maggio 2012, evento organizzato dalla Fondazione del Museo del Tessuto di Prato, la Camera di Commercio di Prato, il Comune e la Provincia di Prato in collaborazione con la Cassa di Risparmio di Prato, Saperi Srl., Banca Popolare di Vicenza, realizzata in collaborazione con l’ Archivio Vintage di A.N.G.E.L.O. e la Vice-Presidenza di ACTE Italia (Associazione delle Città Tessili Europee). Ivi sarà raccontato – attraverso un percorso espositivo che consta di quattro sezioni e include più di cento abiti e tessuti – il ruolo significativo esercitato dalla pratica dell’ usato che ha dato vita ad un autentico fenomeno di costume come anche la sua rilevanza nel design della moda e del tessuto. Questo tema è anche esplorato dal catalogo della mostra, una preziosa risorsa che dipinge tematiche quali l’ uso di collezioni di archivio ad opera di una casa di moda come anche il vintage come mezzo per il re-branding – la rinascita e il rilancio di un brand – e l’ uso del vintage durante l’ attuale era di postmodernismo di cui sono protagonisti saggi di celebri e brillanti storici della moda, scrittori e critici quali Aurora Fiorentini, Maria Luisa Frisa e molti altri. Un evento imperdibile per tutti coloro che operano nell’ ambito della moda come anche gli entusiasti e appassionati della moda e del tessuto.

Thierry Mugler, early Nineties, Bolli Collection, photo by Alessandro Moggi

Fontana Sisters from the Sixties, A.N.G.E.L.O. Vintage Archive, photo by Alessandro Moggi

Margiela, late Nineties, A.N.G.E.L.O. Vintage Archive, photo by Alessandro Moggi

Pierre Cardin from the Sixties, A.N.G.E.LO. Vintage Archive, photo by Alessandro Moggi

Issey Miyake from the Nineties, A.N.G.E.L.O. Vintage Archive, photo by Alessandro Moggi

Yves Saint Laurent from the Eighties, Anna Poma Swank collection, photo by Alessandro Moggi

www.museodeltessuto.it

It will be available at the celebrated virtual multi-brand boutique Yoox, a selection of vintage womenswear by the legendary couturier Yves Saint Laurent, curated by Lynn Yaeger, featuring items he created from the Sixties to the Eighties. A not to be missed chance for the ones who are devoted to vintage and the suggestions of a genius couturier who made fashion an artwork.

L’ OMAGGIO DI YOOX A YVES SAINT LAURENT: UNA SELEZIONE VINTAGE DI LYNN YAEGER

Sarà disponibile presso la celebre boutique virtuale multi-brand Yoox, una magnifica selezione di abbigliamento da donna del leggendario couturier Yves Saint Laurent, curata da Lynn Yaeger, di cui saranno protagonisti capi da lui creati dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Un occasione imperdibile per tutti coloro che sono devoti al vintage ed alle suggestioni di un geniale couturier che ha reso la moda un’ opera d’ arte.

Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent

Yves Saint Laurent

www.yoox.com

 

A sketch by Judith Clark depticting the setting of exhibition at Venice Fortuny Museum

Maria Luisa Frisa, eclectic and bright individual who is the Director of Fashion Design Faculty of Iuav University of Venice, fashion critic, author and fashion curator recently tells about the new project involving her, a fashion exhibition she curated along with Judith Clark promoted by the Venice Civic Museums Foundation and Diana Vreeland Estate which will be held in Venice from 9th March to 26th June 2012 at the Fortuny Museum, paying homage, reconstructing and telling about the genius of Diana Vreeland – legendary fashion editor of “Harper’s Bazaar” and editor-in-chief of Vogue who influenced the way to perceive and catch fashion yesterday and today as well as the way to display fashion in the Museums, being been consultant at Costume Institute of the New York Metropolitan Museum of the arts -, a successful chance to talk about fashion and fashion curating, being also the theme of an international meeting – organized during the opening of exhibition by the The Iuav University of Venice in collaboration with the London College of Fashion-University of the Arts London and the Centre for Fashion Studies of Stockholm University – which will be held on 10th March 2012 as well as exploring the fashion grammar and its imagery, Diana Vreeland contributed yesterday to develop and showcase and Maria Luisa Frisa today researches, defines, tells and showcase at best.

What is the path did you choose to tell in the exhibition you curated about the charismatic Diana Vreeland?

“I’m really very bound to the persona Diana Vreeland as fashion editor at editor at “Harper’s Bazaar” (1936-1962) and later visionary editor-in-chief of “Vogue America” (1962-1971), as well as curator of fashion exhibition, during her time spent at the Costume Institute of Metropolitan Museum from 1972 to 1989, year of her death. I started working on the Vreeland’s legacy in 2008, during the installation Vreelandesque, organized by Class Editors and curated by me that celebrated the Vreeland style and her visionary approach to fashion by a display of magazine for whose she worked as well as by editing of pictures of the exhibitions she curated. It has arisen since that project the will of bringing on more complex level the reflection about the fashion exhibitions and fashion curating and the fundamental role of Diana Vreeland in the evolution of these two aspects of that complex discipline that is fashion.

The exhibition, curated by Judith Clark and me, promoted by the Venice Civic Museum Foundation and Diana Vreeland Estate, will be held at the Fortuny Museum from 9th March to 26th June 2012. It’s the first exhibition explicitly reflecting on the complexity of Vreeland’s work, who has been simultaneously editor and curator and on her ability to use fashion as extraordinary flywheel for the imagination. It’s not only a fashion exhibition, but a chance to understand how and when many of imaginaries of contemporary fashion have arisen.

The exhibition tries to put a focus on the magnificent, imaginative journey that Diana Vreeland went through during the Nineties: the exhibition will be divided between the noble floor and the second floor of Fortuny Museum, a journey through 3 cores that – I believe – can tell very much about Diana Vreeland. It starts from elements of her personal style and obsessions, being fundamental to define her approach as a curator in the display and interpretation of fashion. Then it follows with the exploration of Diana Vreeland as a curator through her innovative exhibition projects: a series of typical museum cases, will emphasize the elements that featured in exhibitions by Diana Vreeland. Obviously the mannequins will have a central role, alluding to the original installations by Diana Vreeland and ideated exclusively for the exhibition by Judith Clark along with the La Rosa company. The magazines (original issues of “Harper’s Bazaar” and “Vogue America”), the catalogues and the books released during the exhibitions she curated will be the last core of the exhibition: a complex editorial work reflecting her ability to catch in advance tastes and trends through the Nineties.

The exhibitions by Diana Vreeland also includes a series of dresses, many of them to be seen for the first time in Italy as items of Saint Laurent and Givenchy worn by Diana Vreeland and coming from the archives of the New York Metropolitan Museum of Art, in addition to some extraordinary Balenciaga items lent from the Balenciaga Museum, recently opened in Getaria, the most iconic creations by Saint Laurent from the Pierre Bergé-Yves Saint Laurent Foundation, precious items that marked the Nineties fashion coming from important private and institutional collections, including items of Chanel, Schiaparelli, Missoni, Pucci and the costumes of Russian Ballets.”

Are there an satellite events you organized around the exhibition?

The Iuav University of Venice – where I head the degree course in Fashion Design – organizes on 10th March 2012 during the opening of exhibition, an international meeting in collaboration with the London College of Fashion-University of the Arts London and the Centre for Fashion Studies of Stockholm University. The meeting, focused on the discipline of fashion curating features the most important names in International realm of fashion museum and curating of fashion exhibition as Harold Koda, Akiko Fukai, Kaat Debo, Alexandra Palmer, Amy de la Haye, Becky Conekin, Stefano Tonchi, Miren Arzalluz. It starts from the experience of Diana Vreeland at the Met and continues with a series of reflections about the topic of fashion curating and the relationship between fashion, installations and museums. I am involved in the day of studies which is part of the Curatorial Practices and fashion museography. The project in fashion, came out of the Department for research at the Iuav University of Venice. One more advance towards a better fashion presence between the academic disciplines in Italy”.

Do you think in our times there are other icons in the fashion system or publishing as powerful as Diana Vreeland?

“All of the stylists today are already genuine celebrities. They are photographed, featured on the blogs, editors of blogs where they show themselves and show their point of view about fashion. I think this genuine cult of personality is an evolution of what was already suggested by Diane Vreeland when she was a fashion editor at “Harper’s Bazaar” and later on as the editor-in-chief at “Vogue”. Now that the stylist has moved from the backstage to the center stage: it makes it more difficult (but maybe more interesting) to be unique and influential. The path towards a conscious self-styling, simultaneously detailed as well as visionary, makes it more difficult to rule”.

“Never fear being vulgar, just boring”, to which extent do you agree with the assertion of Diana Vreeland?

“The genius of Diana Vreeland was expressed above all by creating a grammar of excess. The exhibition and the release of the book – which coincides with the exhibition – is curated by me and Judith Clark and has the intention – of being naturally difficult – in order to reconstruct this visual and conceptual grammar. The intention is for the exhibition to create a setting for Diana Vreeland’s flamboyant vision of fashion, Diana talked about excess, allure, chic, pizazz, all terms that are now part of the fashion vocabulary. Naturally there is no fear of being vulgar, but there is still a need to measure the elements that give rise to excess. There is intuition, but also a specific algebraic system, allowing (or rather looking for) the mistake without losing sight of an equation of style, combining the natural with the artifice. A fashion algebra, which reminds me a lot of what Anna Piaggi tells us on her double pages” in Italian Vogue”.

What has changed in fashion print publishing, what stays from the past and what do we disguard?

“The magazine is here to stay. The double page is a fundamental unit for the construction of an issue and is an important element in expressing visual tales. We will always have the legacy left behind by great visionaries such as Alexey Brodovitch who was a graphic designer and art director of Harper’s Bazaar for nearly a quarter of a century including Diana Vreeland’s “Bazaar” years. He is the one that designed the mythological column by Vreeland, “Why don’t you…”.

What is your opinion about Diana Vreeland as a consultant to the Costume Institute of the Metropolitan Museum of Art in New York (who wanted the exhibitions to look like a part of the present instead of the past)?

“It’s the force of interpretation the risk always assumed by a curator. It’s an approach that doesn’t question the rigorous and fundamental work of curator (reconstruction the history of an object, dress, describing that in its own materiality and inserting in the age it came from), but it uses these views to make arising further reflections about the culture and fashion history, with a view starting from the past to develop new stories and catch never explored path”.

“The trouble with this country is that they want to give the public what it wants. Well, the public wants what it can get, and it‘s up to the museum to teach them what to want public”, said Diana Vreeland, is this assertion still contemporary?

“The answer is a complex one as it needs to take into consideration different types of museums (decorative arts, contemporary art, fashion, etc.). It must be said that still in Italy we do not have a genuine fashion museum that is of a level that it can compete with the big International museums and institutions. There are a few significant realities, but it still lacks, for example, a workable mechanism of connection. I think this has more to do with the outdated status of Italian reflection about the fashion culture. With this exhibition we are trying to bring a higher level of the discussion of these themes with Italian fashion. One must be very contemporary and it is urgent to resolve this problem with an Italian fashion museum”.

Considering the eclecticism of your work, what is your approach to define, observe, dialogue and promote art, fashion, culture and innovation?

“To act as a curator means that we must give rise to reflections about the visual contemporary culture which embodies fashion and art works. In acting as the director of a fashion school, the degree Course in Fashion Design at the Iuav University of Venice: my intention is to create a place that is a fertile ground for academic research and which helps to form a new generation of fashion designers”.

GRAMMATICA DELLA MODA & CURATELA DI MODA: IL GENIO DI DIANA VREELAND RACCONTATO DA MARIA LUISA FRISA

Veruschka in Yves Saint Laurent, photo by Irving Penn, Vogue 1st September 1965

Maria Luisa Frisa, eclettica e brillante individualità che é il Direttore della Facoltà di Fashion Design della Università Iuav di Venezia, critico di moda, scrittrice fashion curator, parla recentemente dell’ ultimo progetto che la coinvolge, una mostra di moda da lei curata unitamente a Judith Clark, promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia ed il Diana Vreeland Estate che si terrà a Venezia dal 9marzo al 26 giugno 2012 presso il Museo Fortuny che rende omaggio, ricostruisce e racconta il genio di Diana Vreeland – leggendaria fashion editor di “Harper’s Bazaar” e direttore editoriale di “Vogue” che ha influenzato il modo di percepire e catturare la moda ieri ed oggi come anche il modo di esporre la moda nei Musei, essendo stata curatrice al Costume Institute del Metropolitan Museum of the Arts di New York -, una felice occasione per parlare di moda e curatela di moda che è il tema di un convegno internazionale – organizzato in occasione della mostra dalla Università Iuav di Venezia in collaborazione con il London College of Fashion-University of the Arts London ed il Centre for Fashion Studies of Stockholm University – che si terrà il 10marzo 2012 come anche per esplorare la grammatica della moda ed il suo immaginario che Diana Vreeland ha contribuito ieri a consolidare ed esporre e che oggi Maria Luisa Frisa ricerca, definisce, racconta ed espone al meglio”.

Quale percorso hai scelto per ricostruire e raccontare nella mostra da te curata la carismatica Diana Vreeland?

“Sono particolarmente legata alla figura di Diana Vreeland, sia in quanto fashion editor ad “Harper’s Bazaar” (1936-1962) e poi visionario direttore a “Vogue America” (1962-1971), sia in quanto curatore di mostre di moda durante il suo periodo al Costume Institute del Metropolitan dal 1972 al 1989, anno della sua morte. Ho iniziato a lavorare sull’ eredità di Vreeland nel 2008 in occasione dell’installazione Vreelandesque, organizzata da Class Editori e da me curata che celebrava lo stile Vreeland e il suo approccio visionario alla moda attraverso una esposizione delle riviste a cui ha lavorato, come anche montaggi di immagini delle mostre che ha curato. Da quel progetto è nato il desiderio di portare a un livello più complesso la riflessione sulle mostre di moda e sul fashion curating e sul ruolo centrale di Diana Vreeland nell’evoluzione di questi due aspetti di quella complessa disciplina che è la moda.

La mostra, curata da Judith Clark e da me, promossa dalla Fondazione dei Musei Civici di Venezia e dal Diana Vreeland Estate, sarà allestita al Museo Fortuny, dal 9 marzo al 26 giugno 2012. Si tratta della prima mostra che riflette in modo esplicito sulla complessità del lavoro di Diana Vreeland, simultaneamente editor e curator e sulla sua capacità di usare la moda come straordinario volano per l’immaginazione. Non solo una mostra di moda, quindi, ma l’occasione per capire come e quando sono stati messi a fuoco buona parte degli immaginari della moda contemporanea.

La mostra cerca di restituire l’incedere immaginifico con cui Diana Vreeland ha attraversato la moda del Novecento: il percorso espositivo sarà articolato fra il piano nobile e il secondo piano del Museo Fortuny, un viaggio attraverso tre nuclei che crediamo possano raccontare Diana Vreeland molto bene. Si parte dagli elementi del suo stile personale e dalle sue ossessioni, fondamentali nel definire il suo atteggiamento curatoriale rispetto alla messa in scena e all’interpretazione della moda. Poi si prosegue nell’esplorazione di Vreeland come curatore attraverso i suoi innovativi progetti allestitivi: un serie di teche, elemento museale per eccellenza, enfatizzerà gli elementi che hanno caratterizzato le mostre di Diana Vreeland; ovviamente un ruolo centrale avranno i manichini che alludono agli allestimenti originali di Vreeland e sono progettati appositamente da Judith Clark insieme alla ditta La Rosa. Ultimo nucleo in mostra saranno le riviste (numeri originali di “Harper’s Bazaar” e “Vogue America”) e i cataloghi e i libri usciti in occasione delle mostre da lei curate: un complesso lavoro editoriale che attraverso il Novecento e riflette la sua capacità  di intercettare e anticipare gusti e tendenze.

Le mostre di Diana Vreeland includono da una serie di abiti, molti dei quali saranno visti per la prima volta in Italia quali i capi di Saint Laurent e Givenchy indossati da Diana Vreeland e provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York, alcuni straordinari pezzi di Balenciaga prestati dal Cristóbal Balenciaga Museum, recentemente inaugurato a Getaria, le creazioni più iconiche di Saint Laurent dalla collezione della Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent, preziosi esemplari che hanno segnato la moda del Novecento provenienti da prestigiose collezioni private e aziendali fra cui capi di Chanel, Schiaparelli, Missoni, Pucci e costumi dei Balletti Russi”.

Hai organizzato altri eventi collaterali ad essa?

L’Università Iuav di Venezia – presso la quale dirigo il Corso di Laurea in Design della moda – in occasione dell’inaugurazione della mostra organizza il 10 marzo 2012 un convegno internazionale in collaborazione con il London College of Fashion-University of the Arts London e con il Centre for Fashion Studies della Stockholm University. Il convegno, dedicato alla disciplina del fashion curating, prevede la partecipazione dei nomi più importanti nel panorama internazionale dei musei della moda e della cura delle mostre di mode quali Harold Koda, Akiko Fukai, Kaat Debo, Alexandra Palmer, Amy de la Haye, Becky Conekin, Stefano Tonchi, Miren Arzalluz. Il convegno parte dall’ esperienza di Diana Vreeland al Met e continua con una serie di riflessioni sul tema del fashion curating ed il rapporto fra moda, allestimenti e musei. Ho allestito una giornata di studi che fa parte della ricerca Pratiche curatoriali e museografia della moda. Il progetto nella moda che rientra nelle attività dell’unità di ricerca del Dipartimento per la ricerca dell’Università Iuav di Venezia. Un altro passo verso una maggiore presenza in Italia della moda fra le discipline accademiche”.

Ritieni che oggi esistano altre icone nel fashion system o nell’ editoria della moda talmente formidabili come Diana Vreeland?

“Tutti gli stylist di oggi sono ormai delle vere e proprie celebrities. Sono fotografati, sono protagonisti dei blog, sono autori a loro volta di blog in cui si espongono ed espongono il loro punto di vista sulla moda. Credo che questo vero e proprio culto della personalità abbia che fare con una delle possibili evoluzioni di quello che ha suggerito Vreeland al tempo in cui era fashion editor a “Bazaar” e successivamente nelle vesti di come direttore editoriale a “Vogue”. Adesso gli stylist sono passati dal backstage al centro della scena: questo però rende più difficile (ma forse più interessante) essere unici e influenti. Il percorso verso un self-styling consapevole, simultaneamente preciso e visionario, è molto più arduo da stabilire”.

“Non bisogna aver paura di essere volgari, soltanto di esser noiosi”, in che misura sei d’ accordo con l’affermazione di Diana Vreeland?

“La genialità di Vreeland si è espressa soprattutto attraverso la messa a punto di una grammatica dell’eccesso. La mostra e la pubblicazione del libro – che coincide con la mostra – è da me sempre curata e da Judith Clark e si pongono come obiettivo – certamente difficile – quello di ricostruire questa grammatica visuale e concettuale. La finalità è la messa a punto per la mostra della visione flamboyant della moda di Diana Vreeland, Diana parlava di eccesso, allure, chic, pizazz, tutti termini che sono ormai entrati a far parte del vocabolario della moda. Sicuramente non bisogna aver paura di essere volgari, ma bisogna anche saper dosare gli elementi che innescano l’eccesso. C’è intuito, ma anche un preciso sistema algebrico che si permette (e anzi cerca) l’errore, senza perdere di vista un’equazione di stile che mescola naturalezza e artificio. Un’algebra della moda che mi ricorda moltissimo quella di cui parla Anna Piaggi a proposito delle sue doppie pagine su Vogue Italia”.

Cosa è cambiato nell’ editoria di moda cartacea, cosa resta del passato e cosa lasciamo?

“La rivista resterà sempre. La doppia pagina è un’unità fondamentale per la costruzione di un’ edizione ed è un importante elemento per l’ espressione dei racconti visuali. dedicati alla moda e ai suoi immaginari. Del passato resterà sempre l’ eredità di grandi visionari come Alexey Brodovitch che è stato grafico e art director di Harper’s Bazaar per circa un quarto di secolo, compresi gli anni di Diane Vreeland di “Bazaar”. Costui è colui che ha messo in pagina la mitologica rubrica di Vreeland, “Why don’t you…”.

Qual è la tua opinione sull’approccio seguito da Diana Vreeland nelle vesti di consulente del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York (la quale voleva le mostre apparissero come parte del presente invece del passato)?

“È la forza dell’interpretazione, il rischio sempre assunto da un curatore. Si tratta di un atteggiamento che non mette in discussione il lavoro rigoroso e fondamentale del curatore (che ricostruisce la storia di un oggetto, di un abito, descrivendolo nella sua materialità e collocandolo correttamente nel suo periodo di appartenenza), ma che utilizza questi aspetti per innescare riflessioni ulteriori sulla cultura e la storia della moda, con uno sguardo che parte dal passato per costruire nuove storie e intercettare traiettorie non ancora esplorate”.

“Il problema di questo paese è che vogliono dare al pubblico ciò che vuole. Ebbene il pubblico vuole ciò che non può ottenere e spetta al museo per insegnargli ciò che vogliono”, diceva Diana Vreeland, questa affermazione è ancora attuale?

“La risposta è complessa, soprattutto perché richiede di considerare diverse tipologie di musei (arti decorative, arte contemporanea, moda, ecc.). Mi limito semplicemente a sottolineare che in Italia manca ancora un vero e proprio museo della moda, in grado di confrontarsi con i grandi musei ed istituzioni internazionali. Ci sono alcune poche realtà significative, ma ancora manca, per esempio, un funzionale meccanismo di raccordo. Credo che tutto questo abbia a che fare con lo stato ancora arretrato della riflessione italiana sulla cultura della moda. La mostra e il convegno sono anche il tentativo di portare a un livello superiore il dibattito italiano rispetto a questi temi in relazione alla moda italiana. Una questione di grande attualità e urgenza è risolvere questo problema con un museo della moda italiana”.

Considerando l’eclettismo della tua opera qual è il tuo approccio per definire, osservare, far dialogare e promuovere arte, moda, cultura e innovazione?

“Agire come un curatore significa innescare riflessioni rispetto alla cultura visuale contemporanea che racchiude le manifestazioni della moda e quelle dell’arte. Agire come direttore di una scuola di moda, il corso di laurea in Design della moda dell’Università Iuav di Venezia:la mia intenzione è creare un luogo che sia un terreno fertile per la ricerca accademica ed aiuti a formare una nuova generazione di fashion designer”.

Veruschka in Valentino and De Barentzen, photo by Franco Rubartelli. Vogue 1st April 1967

Benedetta Barzini in Grès, photo by Irving Penn and the editorial by Diana Vreeland, Vogue 1st September 1967

Coat by Yves Saint-Laurent ( Fall/Winter 1969 collection) , photo by Duane Michals for Yves Saint Laurent, catalogue of the exhibition curated by della mostra Diana Vreeland (New York, The Costume Institute at The Metropolitan Museum of Art, 14th December 1983-2nd September 1984), New York, The Metropolitan Museum of Art, 1983

Costume worn by Joan Crawford in The Bride Wore Red (1937) made by Adrian, photo by Keith Trumbo featuring in the book by Dale McConathy with Diana Vreeland, Hollywood Costume. Glamour! Glitter! Romance!, New York, Harry N. Abrams, 1976, made after the exhibition Romantic and Glamorous Hollywood Design, curated by Diana Vreeland (New York, The Costume Institute at The Metropolitan Museum of Art, 21st December 1974-31st August 1975)

"Why don't you", the double pages by Diana Vreeland, Harper's Bazaar, December 1936 issue (first year Diana Vreeland works for “Bazaar”, who started on March 1936)

"Why don't you", the double pages by Diana Vreeland, Harper's Bazaar, May 1941 issue ( last time it appears the editorial)

Dress by Madeleine Vionnet (1925-1926), photo by Irving Penn featuring in Inventive Paris Clothes 1909-1939 (New York, The Viking Press, 1977), book made teaming with Diana Vreeland after the exhibition The 10s, The 20s, The 30s. Inventive Clothes 1909-1939, curated by Diana Vreeland (New York, The Costume Institute at The Metropolitan Museum of Art, 13th December 1973-3rd September 1974)

www.ashadedviewonfashion.com

www.museiciviciveneziani.it

Yves Saint Laurent, photo by Andy Warhol

It opens on 8th January 2011 and runs until 26th Fabruary 2011 in New York at Danziger Projects galleryBig Shots: Andy Warhol Polaroids of Celebrities”, featuring thirty-eight unique polaroids made by Andy Warhol including celebrities – a leitmotiv of his work – as Debbie Harry, Farrah Fawcett, Yves Saint Laurent, Debbie Harry, Giorgio Armani, Yoko Ono, Ted Kennedy and many other ones. A not to be missed happening to enjoy the father of pop-art.

BIG SHOTS: ANDY WARHOL POLAROIDS OF CELEBRITIES ALLA DANZIGER PROJECTS DI NEW YORK

Debbie Harry, photo by Andy Warhol

Inaugura l’ 8 gennaio 2011 e prosegue fino al 26 febbraio 2011 a New York presso la galleria Danziger ProjectsBig Shots: Andy Warhol Polaroids of Celebrities” di cui sono protagonisti trentotto uniche polaroid, realizzate da Andy Warhol  che includono celebrità – un leitmotiv della sua opera – quali Debbie Harry, Farrah Fawcett, Yves Saint Laurent, Debbie Harry, Giorgio Armani, Yoko Ono, Ted Kennedy e molti altri. Un evento imperdibile per apprezzare il padre della pop-art.

Farrah Fawcett, photo by Andy Warhol

www.danzigerprojects.com 

Yves Saint Laurent portrait(1971), photo by Jean Loup Sieff

An extraordinary retrospective telling the legendary story of Yves Saint Laurent – unforgettable French couturier – who successfully depicted style beyond fashion, thinking that “fashion fade but style is forever” and contributing to women’s liberation, men’s feminization and democratization of art – which will be held in Paris at the Petit Palais of Musée des Beux-Art until August 29th 2010. Forty years of creativity, three hundred and seven haute couture and ready to wear, iconic items as the famous Mondrian dress, portrait of Yves Saint Laurent made by Jean Loup Sieff and costumes of Catherine Deneuve in the cult-movie “Belle du Jour” by Louis Bunuel. A not to be missed exhibition for all the ones who are devoted to style!

LA RETROSPETTIVA SU YVES SAINT LAURENT    

Catherine Deneuve featuring in Belle du Jour movie by Bunuel, costumes by Yves Saint Laurent

Una straordinaria retrospettiva che racconta la storia leggendaria di Yves Saint Laurent – indimenticabile couturier francese che ha felicemente dipinto lo stile al di là della moda, ritenendo che “la moda svanisce e lo stile è per sempre” e contribuendo alla liberazione della donna., femminilizzazione dell’uomo ed alla democratizzazione dell’arte – che si terrà a Parigi  presso il Petit Palais del Musée des Beux-Art fino al 29 agosto 2010. Quaranta anni di creatività, trecentosette capi di alta moda e pret à porter, pezzi iconici come il famoso abito Mondrian, il ritratto di Yves Saint Laurent realizzato da Jean Loup Sieff ed i costumi di Catherine Deneuve creati per il cult-.movie “Bella di Giorno” di Louis Bunuel. Una mostra imperdibile per tutti coloro che sono devoti allo stile!

The Mondrian dress by Yves Saint Laurent

www.yslretrospective.com

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