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Isabella Blow, photo courtesy of Somerset House

Isabella Blow, photo courtesy of Somerset House

It touched me to read the piece by Andrew O’ Hagan, appeared today on T magazine, the blog by New York Times, announcing the exhibition “Isabella Bow, Fashion Galore!”, organized by the Isabella Blow Foundation in collaboration with the Central Saint Martins which will be held in London at the Somerset House from the 20th November 2013 to 2nd March 2014. The article I am glad to share with you dear FBFers features a private memory of Isabella Blow told by Jeremy Langmead along with precious remarks about the essence of eccentricity, its core, what separates style and uniqueness from fashion, what represents an icon, a dandy and distinguishes it from an aesthete, modern Des Esseintes (leading character of “Against the grain”, the novel by Joris-Karl Huysmans) with more or less successful results in terms of surface(though the surface often justifies and substitutes the lack of contents and ideas). Genuineness in the way of being, thinking, acting and doing. That is the way I remember and celebrate Isabella Blow, a real eccentric, her work, as well as the one made by others legendary eccentrics as Vivienne Westwood, Leigh Bowery, Anna Piaggi, Yves Saint Laurent and Quentin Crisp who gave us a lot in terms of emotions and ideas, ways to look at reality, to be, by considering another side, using another point of view, nullifying the clichés of conventional way of thinking.

The meaning of a true eccentric isn’t in the costume — it’s in the soul.

Jeremy Langmead tells a memorable story about Isabella Blow. “Imagine the office at News International, all the male journalists sitting around in shirt sleeves,” Langmead says. Now the editor in chief of the online men’s wear retailer Mr Porter, Langmead was the editor who hired Isabella Blow as fashion director of the Sunday Times Style Magazine in London in 1997. “In comes Isabella wearing giant mink antlers sticking out from the top of a coat. It was absolutely about who she was in her soul. At lunchtime she would sit among all the printers, eating her roast beef dressed like that, as if it was the most natural thing in the world.”

The outlandish, deeply unusual former assistant at Vogue who became mentor to a generation of fashion designers, editors and photographers, Isabella Blow is the subject of a new exhibition set amid the Neo-Classical splendor of London’s Somerset House. The surroundings are appropriate, for this is not just a show but an acknowledgement of how her sense of style opened the minds of her peers. She is hereby raised into the pantheon, lauded for the very personal vision that once disgusted the establishment.

Blow was eccentric from her top feathers to the paint that adorned her toes. I used to see her at parties sometimes, and she was a fantastically alarming person; when she smiled, throwing her head back, you saw a sneering mouth so red with lipstick that it was like an open wound. She never seemed like just another one of the fashion crowd: she was a visionary who ripened with new ideas every morning, not every season, and was a genuine muse in a world of phonies.

Leigh Bowery, photo by Nick Knight

Leigh Bowery, photo by Nick Knight

Yves Saint Laurent, photo by Richard Avedon

Yves Saint Laurent, photo by Richard Avedon

Quentin Crisp, photo courtesy of  Crisperanto: the Quentin Crisp Archives (crisperanto.org)

Quentin Crisp, photo courtesy of Crisperanto: the Quentin Crisp Archives (crisperanto.org)

True eccentrics — the Isabella Blows, the Vivienne Westwoods, the Anna Piaggis and the Stephen Tennants, as if there could ever be more than one of each — are the kind of people whose entire existence is devoted to individuality and innovation. That’s what makes a real eccentric: they really mean it, and they’re willing to suffer for it. Their social function is to explode our preconceptions about what beauty is and what good taste means. Eccentrics raise the bar on the impossible.

Yet, unfortunately, there are a few too many fake ones out there now. These are the imitators, the publicity scavengers, the ones who think it’s merely about fame or attention. They seem to be working not from a brilliant fund of ideas or from a conviction that their outer selves must be used to express a fascinating inner landscape. On the contrary, they’re just showoffs who dress up for the cameras. For people interested in our contemporary times, this is an important distinction: the true eccentric gives us more mystery, more wonder about being human, a new side to beauty, while the faux-eccentric gives us less of everything.

ECCENTRICITÀ & AUTENTICITÀ COME STILE DI VITA: ISABELLA BLOW

Isabella Blow, photo by Sean Ellis, courtesy of tmagazine.blogs.nytimes.com/

Isabella Blow, photo by Sean Ellis, courtesy of tmagazine.blogs.nytimes.com/

Mi ha emozionato leggere il pezzo di Andrew O’ Hagan, apparso oggi su T magazine, il blog del New York Times che annuncia la mostra “Isabella Bow, Fashion Galore!”, organizzata dalla Isabella Blow Foundation in collaborazione con la Central Saint Martins che si terrà a Londra presso la Somerset House dal 20 novembre 2013 al 2 marzo 2014. L’ articolo che sono lieta di condividere con voi, cari FBFers, ha quale protagonista un ricordo Isabella Blow raccontato Jeremy Langmead unitamente a preziose delucidazioni sull’ essenza dell’ eccentricità, il suo cuore, ciò che separa lo stile e l’ unicità dalla moda, ciò che rappresenta un icona, un dandy e lo distingue da un esteta, dai moderni Des Esseintes ( protagonista di “A ritroso”, il romanzo di Joris-Karl Huysmans) con più o meno felici risultati in termini di superficie (benché la superficie spesso giustifichi e sostituisca la mancanza di contenuti ed idee). Genuinità nell’ essere, pensare, agire e fare. Così mi piace ricordare e celebrare Isabella Blow, una vera eccentrica, il suo lavoro e quello di altri leggendari eccentrici quali Vivienne Westwood, Leigh Bowery, Anna Piaggi, Yves Saint Laurent e Quentin Crisp che ci hanno dato tanto in termini di emozione ed idee, modi di guardare la realtà, di essere, considerando un’ altra dimensione, avvalendosi di un altro punto di vista, vanificando i clichés del pensiero convenzionale.

Il significato di un vero eccentrico non si trova nell’ abito – è nell’ anima.

Jeremy Langmead racconta una memorabile storia su Isabella Blow. “Immagina l’ufficio di News International, tutti i giornalisti uomini che bighellonano in camicia,” Langmead racconta. Adesso l’ editor in chief del rivenditore di abbigliamento uomo Mr Porter, Langmead era l’ editore che ha assunto Isabella Blow come fashion director del Sunday Times Style Magazine a Londra nel 1997. “Entra Isabella che indossa  gigantesche corna di visone che spuntano fuori dalla parte superiore di un cappotto. Assolutamente era tutta una questione di chi ella fosse nella sua anima. All’ ora di pranzo stava seduta in mezzo a tutti i tipografi, a mangiare il suo roast beef condito in quel modo, come se fosse la cosa più naturale al mondo.”

La stravagante, profondamente fuori dal comune ex assistente di Vogue che è diventata il mentore di una generazione di fashion designers, editori e fotografi, Isabella Blow è il soggetto di una nuova mostra allestita tra lo splendore neoclassico della Somerset House di Londra. Gli ambienti sono appropriati, per ciò che non è soltanto una mostra, ma un riconoscimento di come il suo senso di stile abbia aperto le menti dei suoi pari. È con questo elevata all’ interno del pantheon, lodata per la sua personale visione che una volta disgustava l’ establishment.

La Blow era una eccentrica dalla cima delle sue piume al colore che adornava le dita dei piedi.  Ero solito incontrarla alle feste qualche volta ed era una persona fantasticamente allarmante, quando sorrideva, sbattendo indietro la testa, vedevi una bocca beffarda talmente rossa di rossetto che sembrava una ferita aperta. Non era mai simile a nessun altro della gente della moda: era una visionaria che maturava nuove idee ogni giorno, non ogni stagione, ed era una musa vera in un mondo di falsi.

Vivienne Westwood, photo courtesy viviennewestwood.co.uk

Vivienne Westwood, photo courtesy viviennewestwood.co.uk

Anna Piaggi, photo by N

Anna Piaggi, photo by N

I veri eccentrici — le Isabella Blow, le Vivienne Westwood, le Anna Piaggi e gli Stephen Tennant, come se ci potesse mai essere più di uno di loro – sono il tipo di persone la cui intera esistenza è dedicata all’ individualità e all’ innovazione. Questo è ciò che rende tale un vero eccentrico: essi intendono davvero ciò e sono disposti a soffrire per questo. La loro funzione sociale è distruggere i nostri preconcetti su ciò che la bellezza sia e su ciò che si intenda per buon gusto. Gli eccentrici alzano il tiro sull’ impossibile.

Finora, sfortunatamente, ce ne è qualcuno, troppi i finti che sono adesso là fuori. Questi sono gli imitatori, i predatori di pubblicità, quelli che pensano che sia meramente una questione di fama o attenzione. Sembrano intenti a operare non partendo da un brillante deposito di idee o dalla convinzione che la loro esteriorità debba essere usata per esprimere un affascinante panorama interiore. Al contrario sono soltanto gente che si esibisce, si veste per esporsi dinanzi ai flash delle macchine fotografiche. Per la gente interessata alla nostra contemporaneità, questo è un importante tratto distintivo: il vero eccentrico ci regala più mistero, più meraviglia riguardo all’ essere umano, una nuova dimensione di bellezza, mentre i finti eccentrici ci regalano meno di tutto.”

http://tmagazine.blogs.nytimes.com

http://www.somersethouse.org.uk

sapienza

Yesterday a dear friend of mine with whom I was talking, suggested me of reading a piece, featuring a brilliant critique on fashion policy connected also to the Italian policy and Rome which will  be soon will vote for its major. This interesting piece made by a young, promising journalist, Claudia Proietti, included in the blog of Seminario Sapienza, connected to talks and events made by the Fashion and Costume Sciences Faculty of University La Sapienza of Rome, I am pleased to share with you dear FBFers. The following article is a precious source to think, re-think about fashion, fashion culture, fashion training, fashion journalism as well as fashion blogging( hopefully that are more oriented to culture and value of doing, doing well, having a content, a real content, something which in the era of big brother generation – where the overexposure justifies and celebrates the whole empty, the lack of contents and ethic – has often forgotten or didn’t make concrete properly.

Gianfranco Ferrè, legendary fashion designer who celebrated the fashion culture and gave his contribution in this realm as professor

Gianfranco Ferrè, legendary fashion designer who celebrated the fashion culture and gave his contribution in this realm as professor

David Perluigi and Nello Trocchia from the Italian newspaper Il Fatto Quotidiano have released on Sunday 19th May 2013 an investigative report on one of the names featuring in the list of Ignazio Marino, candidate as Rome mayor for the Democratic Party in the forthcoming elections which will be held within few days, the one of President of Gattinoni fashion house Stefano Dominella. The article reports, with the care featuring in a well done investigative report, a story of invoices paid with public money dating back to the time when cui Dominella  performed as President of Altaroma, public limited company which manages the fashion week of capital city. Now Stefano Dominella present himself as candidate for the city of Rome, focusing his campaign on the relevant , in Rome as well as in the whole Italy, need of investments in the realm of fashion, one of two or three fields that are constantly growing in our economy, and he defends himself by justifying the gifts as homage regularly licensed and invoiced by its company due to a mere issue of practicality. Beyond the circumstance, sufficiently documented, what it thrills is two journalist who have nothing to do with fashion signed the investigative report, beginning with the desire of telling how are the things, of exercising an intelligence and critique which ,except for a few of pens, is completely alien to the Italian fashion journalism, especially the one coming from the new generations.

Irene Brin, a celebrated Italian fashion journalist

Irene Brin, a celebrated Italian fashion journalist

Being tied by a pandemic lack of real preparation – costume history, as well as general history, current news, politics and international economy, if it is true fashion is far away from being just only a trendy bag -, the Italian fashion journalism loses verve, critic spirit, ability to show the facts beyond the hem of a dress  and the need of pleasing the investors during years of crisis of advertising and redefinition of its own space. In a vicious circle where the few “important” names always speak well about the same fashion designers who after strive in every way to please them, it need avoiding the fashion press or referring to the foreign press for reading a well-advised reflection, otherwise it’s a crowd of copying and pasting from the press releases, useless infos and ridiculous Anglicisms.

Rosana Pistolese, the brilliant founder of Rome Fashion & Costume Academy

Rosana Pistolese, the brilliant founder of Rome Costume & Fashion Academy

The traditional role of watchdog of journalist, to which everyone should aspire everyone performs this profession, both if it is done in the hallways of Parliament or in the front-row at the fashion shows, totally disappeared – except rare exceptions – from the fashion columns of magazines, journals and newspapers: fascinated by the crowd of homages and privileges or directly lied down by the chance of seeing the disappearance of advertisements of brand one dared to criticize. It has replaced, in this marvelous universe which is the web – platform where are in force the laws of real world, it never will be said enough, both the laws of penal code and the laws on professional deontology and training, that, these last ones, are instead completely unknown to the journalist in pijama by Andrew Keen – by an infinite amount of beginners who often attends the second two months-period of fashion courses and self-proclaiming themselves fashion blogger.  Some are genuine personas who have a personal style – but there isn’t anyone in Italy – who can count on a big amount of real users, and not the ones that are bought en masse on the social networks, but for the most part indefinite figures for who a well done cut is the one of a dress from  a low-cost retail chain, flattened on trends of whose inspirations and reasons they would not able to recognize, ready to use all of their competences with a not to be missed post on the seasonal nail enamels.

Anna  Piaggi

Anna Piaggi

The same ones that, some days before, were shipped as kind homage by the company which produces that. Far from being the independent voice one could expert some year ago, they are today a real marketing instrument, “an investment to increase”, as Pietro Negra, President of Pinko said, answering to a question during a recent talk at the University La Sapienza, following a very common habit in the fashion field. It’ s not journalism, that is true, but it often is confused with that, by the one who reads, and unfortunately also by the one who practices it: but journalism is nor an item of expenditure in a company balance, neither those “due homages” representing – as Stefano Dominella candidly admitted – no news, it’s just the minimum for those journalists who followed with interest the activities of brand. The journalism helps to discover, understand, make one think about, make move, by a well done and written reportage, those investments in the realm of marketing, camouflaged as opinion for improving the product and the working conditions of employees, being often a really topical raw nerve”.

QUANDO IL GIORNALISMO DI MODA NON CRITICA PIÙ LA MODA

Isabella Blow, editor-in-chief of Tatler magazine

Isabella Blow, editor-in-chief of Tatler magazine

Ieri un mio caro amico con il quale stavo chiacchierando, mi ha suggerito di leggere un pezzo, di cui è protagonista una brillante critica sulla politica della moda, connessa anche alla politica italiana e a Roma che presto voterà per il suo sindaco. Questo interessante pezzo, scritto da una giovane, promettente giornalista, Claudia Proietti, è incluso nel blog di Seminario Sapienza, collegato ai talks ed eventi che sono stati realizzati dalla Facoltà di Scienze della Moda e del Costume dell’ Università La Sapienza di Roma che sono lieta di condividere con voi, cari FBFers. L’ articolo che segue è una preziosa fonte per pensare, ripensare alla moda, a la cultura della moda, la formazione nell’ ambito della moda, il giornalismo di moda come anche il fashion blogging (che sperabilmente siano più orientati alla cultura e al valore del fare, fare bene, apportando un contenuto, un reale contenuto, qualcosa che nell’ era della generazione del grande fratello – in cui la sovraesposizione giustifica e celebra il vuoto totale, la mancanza di contenuti e etica  – è stata sovente dimenticata o non è stata concretizzata in modo appropriato).

Rankin, fashion photographer, co-founder of Dazed & Confused and founder of The Hunger

Rankin, fashion photographer, co-founder of Dazed & Confused and founder of The Hunger

Domenica 19 maggio David Perluigi e Nello Trocchia de Il Fatto Quotidiano pubblicano un’ inchiesta su uno dei nomi nella lista di Ignazio Marino, candidato a sindaco di Roma nelle elezioni ormai prossime, quello del presidente della maison Gattinoni Stefano Dominella. L’ articolo riporta, con la cura che si addice a un’ inchiesta ben fatta, una storia di fatture pagate con soldi pubblici risalenti al periodo in cui Dominella ha ricoperto l’ incarico di presidente di Altaroma, società a partecipazione pubblica che gestisce la settimana della moda della capitale. Adesso Stefano Dominella si candida al comune incentrando la propria campagna elettorale sulla necessità, tangibile a Roma come in tutta Italia, di investimenti nel settore moda, una delle due o tre voci in costante crescita della nostra economia, e si difende giustificando i regali come omaggi regolarmente autorizzati e fatturati dalla sua società solo per una questione di praticità. Al di là della vicenda, documentata comunque a sufficienza, quello che colpisce è che a firmare l’ inchiesta siano due giornalisti che non hanno nulla a che vedere con la moda, a cominciare dal desiderio di dire le cose come stanno, di esercitare un’ intelligenza e una critica che ormai, una manciata di firme a parte, risulta completamente estraneo al giornalismo di moda italiano, soprattutto quello delle nuove generazioni.

Rita Ora featuring in the cover issue of The Hunger

Rita Ora featuring in the cover issue of The Hunger

Stretto tra una dilagante mancanza di preparazione reale – sulla storia del costume, ma anche sulla storia in generale, sull’ attualità, sulla politica e l’ economia internazionale, se è vero che la moda è ben lontana dall’ essere solo una borsa trendy – e dalla necessità di accontentare gli investitori in anni di crisi della pubblicità e ridefinizione dei propri spazi, il giornalismo di moda italiano perde verve, spirito critico e capacità di mostrare i fatti oltre l’ orlo di un vestito. In un circolo vizioso che vede quei pochissimi nomi “importanti” parlare sempre bene dei soliti stilisti che poi si adoperano in ogni modo per compiacerli, per leggere una riflessione sensata bisogna evitare la stampa di settore o rivolgersi all’ estero, altrimenti è una selva di copia-incolla dai comunicati stampa, informazioni inutili e ridicoli anglicismi.

Jefferson Hack, the co-founder of magazine Dazed & Confused

Jefferson Hack, the co-founder of magazine Dazed & Confused

Il tradizionale ruolo di watchdog del giornalista, cui dovrebbe ambire chiunque svolta questa professione, che lo faccia nei corridoi del Parlamento o in prima fila alle sfilate, è praticamente scomparso – salvo rare eccezioni – dalle pagine di moda delle testate: allettato dall’ osso di omaggi e privilegi o direttamente messo a cuccia dalla prospettiva di veder sparire le inserzioni pubblicitarie del marchio che si è osato criticare. È stato sostituito, in questo prodigioso universo che è la Rete – piattaforma dove a tutti gli effetti vigono le leggi del mondo reale, non sarà mai detto abbastanza, sia quelle  del codice penale sia quelle di deontologia e formazione professionale, completamente ignote invece, queste ultime, al giornalista in pigiama di Andrew Keen – da un numero infinito di dilettanti spesso al secondo semestre di studi di moda che rispondono al nome di fashion blogger. Alcuni veri e propri personaggi con uno stile molto personale – ma nemmeno uno in Italia -, che possono contare su un gran numero di utenti reali, e non quelli comprati a pacchetti sui social, ma per la maggior parte indefinite figure per cui un taglio ben fatto è quello di un abito di una catena low-cost, appiattiti su tendenze di cui non saprebbero riconoscere ispirazioni e ragioni, pronti a mettere in campo tutte le loro competenze con un imperdibile post sugli smalti di stagione.

Maria Luisa Frisa, founder and director of Fashion Design Faculty at Iuav University of Venice

Maria Luisa Frisa, author, critic, fashion curator, founder and director of Fashion Design Faculty at Iuav University of Venice

Quelli che, pochi giorni prima, l’ azienda produttrice ha provveduto a far recapitare loro come gentile omaggio. Lungi dall’ essere la voce indipendente che ci si sarebbe aspettati qualche anno fa, rappresentano oggi un vero e proprio strumento di marketing, un “investimento da potenziare”, come ha risposto a domanda diretta, Pietro Negra, Presidente di Pinko, durante il recente intervento all’ Università La Sapienza, in osservanza di una pratica largamente condivisa nel settore. Non è giornalismo, è vero, ma spesso viene confuso con questo, da chi legge e, quel che è peggio, anche da chi lo pratica: ma il giornalismo non è una voce di spesa in un bilancio aziendale, nemmeno con quei “dovuti omaggi” che, come Stefano Dominella ha candidamente ammesso – nessuna novità, in effetti –, rappresentano il minimo nei confronti di giornalisti che hanno seguito con interesse le attività del marchio. Il giornalismo serve a scoprire, capire, far riflettere: serve a far spostare, con la spina nel fianco di un’ inchiesta ben fatta e ben scritta, quegli investimenti di marketing camuffato da opinione al miglioramento del prodotto e delle condizioni di lavoro dei dipendenti, tasto spesso dolente e quanto mai di scottante attualità”.

The moder of fashion blog, founder of A Shaded View on Fashion blog and the A Shaded View On Fashion Festival and me

Diane Pernet, the mother of fashion blog, founder of A Shaded View on Fashion blog,  A Shaded View On Fashion Film Festival and me

Alfa Castaldi, Anna Piaggi

Anna Piaggi, photo Alfa Castaldi

It is held today in Milan at the Galleria Sozzani, until 8:00 pm, the opening of the exhibition, running through 30th March 2013 and showcasing the work by the brilliant photographer Alfa Castaldi who has been the life companion of the brilliant, iconic journalist Anna Piaggi with whom he shared the love for a genuine culture for giving sense to the aesthetic vision. Refinement and eclecticism have made concrete by him through  the work for magazines as Vanity, Donna and L’ Uomo Vogue. A not to be missed happening to enjoy a fashion photographer, an unforgettable artist and his work.

ALFA CASTALDI ALLA GALLERIA CARLA SOZZANI DI MILANO

Pillole, Isa Stoppi, Milano 1972, photo by Alfa Castaldi

Pillole, Isa Stoppi, Milano 1972, photo by Alfa Castaldi

Si tiene oggi a Milano presso la Galleria Sozzani, fino alle ore 20:00, l’ inaugurazione della mostra che prosegue fino al 30 marzo 2013  ed espone l’ opera del brillante fotografo Alfa Castaldi che è stato il compagno di vita della brillante, iconica giornalista Anna Piaggi con cui ho condiviso l’ amore per una cultura autentica per dare senso alla visione estetica. Raffinatezza e eclettismo sono state concretizzate da lui attraverso il lavoro per magazine quali Vanity, Donna e L’ Uomo Vogue. Un evento imperdibile per apprezzare un fotografo di moda, un indimenticabile artista e la sua opera.

La machine à manger les huitres, Milano,1972, photo by Alfa Castaldi

La machine à manger les huitres, Milano,1972, photo by Alfa Castaldi

 

www.galleriasozzani.com

Stephen Jones

Stephen Jones

The issue number 12 of celebrated Antwerp magazine A which will be launched in Paris at Bookmarc during the Paris Fashion Week has curated by the legendary British milliner Stephen Jones, featuring suggestive editorials, illustrations and themes as the revival of interest for Antonio Lopez who produced along with  Anna Piaggi the magazine Vanity in the Eighties. A not to be missed magazine.

A MAGAZINE L’ EDIZIONE NUMERO 12 CURATA DA STEPHEN JONES

A magazine curated by Stephen Jones

“Anna & Stephen” by Gladys Perint Palmer

L’ edizione numero 12 del celebre magazine di Anversa A che sarà presentata a Parigi presso Bookmarc in occasione della Paris Fashion Week è stata curata dal leggendario designer di cappelli inglese Stephen Jones di cui sono protagonisti suggestivi editoriali, illustrazioni e temi quali il rinnovato interesse per Antonio Lopez che negli anni Ottanta ha prodotto insieme ad a Anna Piaggi il magazine Vanity. Un magazine da non perdere.

"Upstage Downstage", a portrait of Leigh Bowery by Donald Urquhart

“Upstage Downstage”, a portrait of Leigh Bowery by Donald Urquhart

www.amagazinecuratedby.com

Maria Luisa Frisa, photo by Francesco De Luca

During the event “Voice of fashion word, style meetings”, the talk “Fashion words and images” featuring Maria Luisa Frisa, the celebrated fashion critic, author, fashion curator and professor who heads the Fashion Design Faculty in Treviso of IUAV University of Venice will give a lecture on October 19th 2012 in Turin at the Sala Musica of Circolo dei Lettori at 6:30 pm. “When fashion becomes paper it is not just about paper patterns. It’s also about images and words. Fashion has to tell about its worlds, evoke different lifestyles. It has to shape our daily life. The pictures taken by photographers, words by journalists and authors give a name to the shapes with which fashion shows itself and they spread it, make it feature into our lexicon. Images and words are powerful means to stage fashion landscapes and imaginaries; they draw paths that are always new, drive us to explore style geographies” said Maria Luisa Frisa. She tells about her talk which explores “the dry and evocative writings by fashion journalists as Irene Brin, relevant authors as Gianna Manzini, Natalia Aspesi, Maria Pezzi, Brunella Gasperini, Anna Piaggi that cover contemporary times along with the innovative writings by the bloggers who created a clear style code under the sign of speed and freedom which gives everyone the chance to know news and fashion stories. Websites such as A Shaded View on Fashion or Frizzi Frizzi, FBF Fashion Beyond Fashion give detailed news on the complex fashion system. As a result of their fashion backgrounds they became a daily phenomenon and the fashion icons became celebrities like actresses and fashion designers due to the spread of pictures included in many websites. Forgotten happenings like the Arianna magazine cover issues featuring Rosanna Armani, the sister of Giorgio, who has been the first girl of Arianna cover and later a relevant fashion editor of important magazines like Grazia and Play boy (directed in those times by Oreste del Buono). And images: fashion photography by Oliviero Toscani, Paolo Roversi and Mario Sorrenti, is always a complex restitution of the times. It is always like fashion, able to hold together the past which is always up and around and the present which is always on the run forward”. A not to be missed happening to enjoy Italian fashion and its story, seen and redefined by the work and thought of a brilliant mind.

LE PAROLE & IMMAGINI DELLA MODA ” RACCONTATE DA MARIA LUISA FRISA AL CIRCOLO DEI LETTORI DI TORINO

the Turin Circolo dei Lettori

Il talk “Le parole e immagini della moda” di cui è protagonista Maria Luisa Frisa, la celebre critica di moda, scrittrice, fashion curator e docente che dirige la Facoltà di Fashion Design a Treviso della Università IUAV di Venezia si terrà il 19 ottobre 2012 a Torino presso la Sala Musica del Circolo dei Lettori alle ore 18:30 in occasione dell’ evento “Voce del verbo moda, incontri di stile”. Maria Luisa ha affermato che: “quando la moda diventa di carta non è solo questione di cartamodelli. Sono anche le immagini e le parole. La moda deve raccontare i suoi mondi, deve evocare diversi stili di vita. Deve plasmare la quotidianità della nostra vita. Le immagini dei fotografi, le parole di giornalisti e scrittori danno un nome alle forme in cui la moda si manifesta e la diffondono facendola entrare nel nostro lessico. Immagini e parole sono un dispositivo potente per la messa in scena dei paesaggi e degli immaginari della moda; disegnano traiettorie sempre nuove che ci conducono, sempre curiosi, a esplorare le geografie degli stili”. Costei parla del suo talk che esplorerà “le scritture asciutte ed evocative di giornaliste di moda come Irene Brin, autrici fondamentali quali Gianna Manzini, Natalia Aspesi, Maria Pezzi, Brunella Gasperini, Anna Piaggi unitamente alle scritture innovative dei blogger che hanno creato una cifra stilistica precisa all’ insegna di velocità e libertà che permette a tutti di essere informati in tempo reale delle novità e delle storie della moda. Siti web come  A Shaded View on Fashion o Frizzi FrizziFBF Fashion Beyond Fashion  offrono una informazione capillare sul complesso fashion system. Conseguentemente ai loro background la moda è diventata un fenomeno quotidiano e le fashion icon sono diventate celebrities alla pari con attrici e stilisti grazie alla diffusione di immagini su svariati siti web. Vicende dimenticate come le copertine della rivista Arianna con Rosanna Armani, sorella di Giorgio, prima ragazza copertina di Arianna, e poi fashion editor di rilievo di importanti riviste quali Grazia e Play boy (a quel tempo diretto da Oreste del Buono). E immagini: la fotografia di moda di Oliviero Toscani, Paolo Roversi, Mario Sorrenti, è sempre restituzione complessa del tempo che attraversa. Come la moda è sempre presente capace di tenere insieme in uno stesso momento quel passato sempre in movimento e quel presente sempre in fuga in avanti”. Un evento imperdibile per apprezzare la moda italiana e la sua storia, vista e ridefinita dall’ opera e dal pensiero di una brillante mente.

www.circololettori.it

www.ashadedviewonfashion.com

Anna Wintour, photo by Hermina Bruno

Walking on the web during the latest days, I ran up into a controversial satirical illustration that made fun to Anna Wintour, depicted with a hammer who hit the Milan Duomo, as well as the interesting reflection (http://burl.co/1929A39) that featured in Not Just a Label (NJAL), virtual platform that promotes and showcases the emerging creativity ideated by Stefan Siegel. It’s easy criticizing, creating enemies, masters and victims, Anna Wintour against the Milan Fashion Week, representing wrongly, approximately the reality, without focusing on the core of issues that are just more than a mundane soap-opera. The issues are semantic, semiotic, socio-economic, and concern marketing. The contemporary times are the extension of post-modernism, being the leitmotiv of latest years, a creeping post-modernism which unfortunately often isn’t either recognized for what is, due to the many semiotic gaps and cultural decadence of contemporary society. All that involves different consequences. One of these ones is the semiotic gaps being widespread would make hard today the rise and recognition of legendary personas like Alexander McQueen and Gianni Versace who are beyond the ethic of product which greatly – but fortunately not totally – features in the Milanese show-rooms, as well as the choices of production and distribution companies in the realm of fashion, sectors that affect and turn the creativity of fashion designer depending on the product request. It has often demonized the market, considered as enemy of creativity by tout-court critics that destroy without giving solutions, assertive thoughts to change a status quo being under the sign of lowest common denominator and incompleteness. I always asserted it can be done more without being heroes. What? It’s a question regarding the fashion houses, companies of production and distribution, fashion designers and/or creative directors of a brand, concerning many fields: the mainstream media and not only – as the fashion blogs that often succeed to discover before the world of glossy magazine on paper trends and emerging fashion designers -, buyers who are responsible for affecting the choices of mainstream consumerism by the selections they make, the institutions as the Italian National Chamber of Fashion, trade show events as the Milan White and Florence Pitti that give rise to promotional exhibition events, point of convergence between communication, sale, market and its operators, as well as the education which is involved in the training of fashion designers, featuring in the today and tomorrow made in Italy. Every realm I told about should develop an ethic under the sign of an effective and efficient semiotic decoding of contemporary fashion and incisively acting to support the new, communicating in a new way, presenting, showcasing and selling fashion in a new way, considering markets as conversations. The importance of brand stories, concept which is embodied in many books on marketing, fashion semiotic and fashion history, observing what features today in the concrete reality, there are many dyscracies, except the most celebrated Italian luxury brands (where the coherence with their stories is the necessary condition for their existence, concerns the signs featuring in their collections as well as, their promotion, communication and consequently encourages, promotes the consumer/customer loyalty who is pleased of belonging to the universe made concrete by the brand). This element often doesn’t get to the observers of fashion world, journalists and fashion bloggers, who are mostly focused on the choices of product, red carpets, its leading characters and what they wear under the sign of a fashion vision coinciding with the most extreme and empty fashionism, mere consumerism without any visual perception, that perception which made famous Diana Vreeland, first brilliant promoter of consumerism and its iconic value and later Anna Piaggi and her cult of vintage in an age where this habit wasn’t common. Being understood the consumerism is not an enemy, it requires the joint to a higher and more genuine semiotic vision and also new values that cannot be moved in background, either developed in a junk way: the sustainability, respect for environment, emancipation from poverty through work. Who writes is not nostalgic of past, but – from the bottom of her Pasolinian marginalism that arises from being far away from the mainstream and acting independently, promoting a positive and assertive thought, hopefully that is developed strongly in the near future also by the mainstream – an individual who always considered past as a trait d’ union with the present, syncretism, the dialogue between many channels of communications as an intellective and intellectual process of personal enrichment and means to decode the moment, contemporary times in fashion as well as in other realms. Instead all that doesn’t exist today, it’s nullified day after day and if it exists it hardly struggles or worst it is considered as an elite bulwark, an elegant drop of that culture which doesn’t feature in the mainstream at all and it is dusted off in case of need as charming exception proving the rule of nothingness which puts forward. I continue questioning with myself: why does it happen all that?

Carla Sozzani and me at 10 Corso Como, photo by N

The question arises from the bottom or better the first phase concerning fashion system, the educational training, as I asserted weeks ago to Carla Sozzani, being at 10 Corso Como, concept store she created, successful evidence of semiotic coherence, embodied in its setting, every suggestion – its website, virtual magazine and in her section “Sunday from my desk ”- being there. That is a brilliant evidence, as laudable exception to the rule of mainstream – mere result of fine mind and refined taste of the one who created all that – where the semiotic coherence is something being controversial. I emphasized – during this circumstance I like reminding – considering as need, categorical imperative of fashion educational field, the teaching for decoding reality (joint of mass and underground culture where the second one often affects the aesthetics of first one), giving to the young people – and I care for that as professor- a method for decoding reality, as well as considering the changes there have been in the realm of new media that have affected the way of assimilating datas and other by young people, circumstance for which a change and digitization of learning is needed. Beyond the importance – there is and it stays – of semiotic and historical-cultural analysis in fashion, the fashion schools that are mostly private even if it shines between them a public institution working under the sign of excellence (though the lack of funds given by Italy, due to the force majeure, result of the economic crisis which affected it), the Fashion Design Faculty of Iuav University of Venice, placed in Treviso and directed by Maria Luisa Frisa, there isn’t or better it is not incisively developed at yet a platform which trains the graduated students and support them, giving rise to a joint to the industry and market which goes beyond the step of training internships, being useful, but not decisive in this realm. That has a bright exception featuring in the Milanese fashion days, the Polimoda, renowned Florence – private – institution which launched since January 2012 the platform Polimoda Talents of whose result has been the Polimoda Fashion Week and other events that were held on June in Florence during the latest edition of Pitti, as well as the exhibition event in the Milan flagship store of Mauro Grifoni featuring during these days the graduated student Yojiro Kake and also during the forthcoming days an installation in Paris at Tranoi. That is what has made by a school within just only nine months, evidencing the ethic of “festina lente”, slowly hurrying up, works, but it’s better just to hurry up for getting more results, solid realities, spreading positive energy and giving rise to synapses under the sign of creativity and excellence. That has made by an Italian institution, directed by a bright individual who is not Italian, but Belgian, Linda Loppa. This is an emerging element to think about: the internazionalization of Italy in the fashion field – which is hard to grow up -, an approach which should be followed by other institutions, living in the age of globalization, where it would need resorting to the double track, glocal approach, global and local, creating the conditions for getting full and durable results. I was focused on the work by the schools, but the world of mainstream media as Vogue Italia launched laudable initiatives to support the emerging creativity, before collaborating with Altaroma – institution it doesn’t talk enough about, concerning its work promoting young creatives which ideated the talent-scouting award Who Is On Next – and later, more recently the Red Passion Talent Scouting Prize, event ideated in collaboration with Campari, featuring in the latest Milan edition of Vogue Fashion’s Night Out. This is the way to renew the Italy fashion system, make the new emerging, new that is not post-modern, mere re-edition or slavish reinterpretation of a far or near past -, thus it needs resorting to a careful semiotic analysis in order to distinguish and recognized that -, but it needs other for doing that. What does it need? To create the conditions for showcasing and stimulating as it does the Milanese trade show event White  – created by Massimiliano Bizzi – with its “Six talents for White” and the space “Inside White”, as well as Rosy Biffi, owner of Milanese boutique Biffi which hosts and sells the creations by finalists of Who Is On Next latest edition. Last but not the least, it’s still missing one of most relevant actors, the Italian National Chamber of Fashion. This institution has to deal with the Milan decadence which became the eightieth fashion capital in the world, as it says NJAL. Concerning that a remedy to consider is the reduction of costs for the fashion shows by renowned brands and emerging talents to make Milan a more desirable square for all the ones who would show in Italy, as well as to set up events that sinergically join to the work made by all the ones I already talked about. It’s a categorical imperative for Milan as fashion capital which shined and time after time has worn away. The ones who consider New York, its fashion week as the enemy and responsible of  Milan fashion week and the other fashion weeks troubles make a mistake, as that is an evidence of creating the – socio-economic – conditions to make this platform desirable and considered as a good investment. The Italian National Chamber of Fashion should work in this realm, dialoguing with the fashion houses, media, schools, buyers, for making that jump ahead which should do for honoring a past and tradition which cannot ignore, avoiding to turn this celebrated square into a product factory, just believing instead in the power of change and value of innovation and creativity.

LA SETTIMANA DELLA MODA MILANESE E L’ ETICA DEL FARE DI PIÙ SENZA ESSERE EROI

Maria Luisa Frisa, photo by Silvano Arnoldo

Nei giorni scorsi mi sono imbattuta, passeggiando nel web, in controverse illustrazioni satiriche che beffeggiavano Anna Wintour, ritratta con un martello che colpiva il Duomo di Milano, nonché nell’ interessante riflessione(http://burl.co/1929A39), apparsa su Not Just a Label (NJAL), piattaforma virtuale che sostiene ed espone la creatività emergente, ideata da Stefan Siegel. È facile criticare, creare nemici, dominatori e vittime, Anna Wintour contro la fashion week milanese, rappresentando la realtà in modo erroneo, approssimativo, senza affrontare il nucleo dei problemi che sono molto di più di una banale soap-opera. I problemi sono semantici, semiotici, socio-economici e di marketing. La contemporaneità é il prolungamento del post-modernismo, il leitmotiv degli ultimi anni, uno strisciante post-modernismo che spesso purtroppo non viene neppure riconosciuto per ciò che è a causa delle plurime lacune semiotiche e della decadenza culturale della società contemporanea. Ciò comporta svariate conseguenze. Una di questa è che le lacune semiotiche invalse renderebbero difficile l’ emersione ed il riconoscimento oggi di personaggi leggendari quali Alexander McQueen e Gianni Versace che esulano dall’ etica di prodotto che domina massimamente – ma fortunatamente non totalmente – gli show-room milanesi, nonché le scelte di aziende di produzione e distribuzione del settore della moda( attori che influenzano e correggono la creatività del fashion designer in base alla domanda di prodotto). Molto spesso il mercato è stato demonizzato quale nemico della creatività, mediante critiche tout court che demoliscono, ma non apportano soluzioni, pensieri assertivi per cambiare uno status quo che é all’ insegna del minimo comune denominatore e della lacunosità. Come ho sempre sostenuto si può fare di più senza essere eroi. Che cosa? E’ un interrogativo che oltre a inerire le case di moda, le aziende di produzione e distribuzione, i fashion designers e/o direttori creativi di un brand riguarda svariati settori: la comunicazione di mainstream e non soltanto – quali i fashion blog che sovente giungono prima del mondo della carta patinata a scoprire trend e fashion designers -, i buyer responsabili di influenzare mediante le loro selezioni le scelte di consumo, le istituzioni di settore quale la Camera Nazionale della Moda Italiana, le fiere quali White di Milano e Pitti di Firenze che danno vita ad eventi promozionali, espositivi, punto di unione tra comunicazione, vendita e mercato e l’ istruzione che sovraintende alla formazione di nuovi fashion designer, i protagonisti del made in Italy di oggi e domani. Ognuno di questi ambiti e dei suoi plurimi attori dovrebbe porre in essere un’ etica all’ insegna di una efficace ed efficiente decodificazione semiotica della moda contemporanea come anche agire in modo più incisivo per sostenere il nuovo, comunicare in modo nuovo, presentare, esporre e vendere la moda in modo nuovo, considerando i mercati conversazioni. L’ importanza delle storie di marca, del concept che sta alla base di un brand è un concetto che riempie plurima letteratura in materia di marketing, semiotica della moda e storia della moda, ma guardando oggi, nella realtà concreta esistono plurime discrasie, fatta eccezione per i brand italiani più celebri del mondo del lusso (in cui la coerenza con le loro storie è condizione necessaria della loro esistenza, informa i segni che sono protagonisti della loro collezione come anche la loro promozione e comunicazione e conseguentemente anima, promuove la fidelizzazione del consumatore/cliente, lieto di appartenere al mondo raccontato e concretizzato dal brand). Codesto elemento sovente sfugge agli osservatori del mondo della moda, i giornalisti e i fashion bloggers, più orientati sulle scelte del prodotto, sui red carpet, i loro protagonisti e cosa indossano, all’ insegna di una visione della moda che coincide con il più estremo e vuoto fashionismo, mero consumo senza alcuna percezione visiva, quella percezione che ha reso celebre Diana Vreeland prima promotrice del consumo e del suo valore iconico e successivamente Anna Piaggi ed il suo culto per il vintage in un’ epoca in cui codesta prassi non era ancora invalsa. Fermo restando che il consumo non è un nemico, ma esige il raccordo con una visione semiotica più elevata e autentica ed anche con nuovi valori che non possono essere più messi in secondo piano, né consolidati in modo junk: la sostenibilità, il rispetto per l’ ambiente, l’emancipazione dalla povertà attraverso il lavoro. Chi scrive non è una nostalgica del passato, ma – dal basso del suo marginalismo pasoliniano che emerge dall’ esser lontana dal mainstream e dall’ agire in modo indipendente, promuovendo un pensiero positivo e propositivo che sperabilmente sia fortemente consolidato in un vicino futuro anche dalla cultura di massa – una individualità che ha sempre considerato il passato un trait d’ union con il presente, il sincretismo, il dialogo tra più canali di comunicazione, un procedimento intellettivo ed intellettuale di arricchimento personale e strumento per decifrare il momento, la contemporaneità nella moda come anche in altri ambiti. Oggi tutto ciò non esiste, è vanificato giorno dopo giorno e se esiste arranca faticosamente o peggio è ritenuto un baluardo d’ elite, una elegante pillola di quella cultura che nel mainstream non esiste più e viene rispolverata al bisogno quale affascinante eccezione che conferma la regola del nulla che avanza. Continuo a interrogarmi, perché accade tutto ciò?

Linda Loppa and me, during the launch of Polimoda Talents platform, photo by N

La domanda ha origine dal basso ovvero dalla prima fase che informa il sistema moda, l’ istruzione, come affermavo qualche settimana fa a Carla Sozzani quando mi trovavo presso 10 Corso Como, concept-store da lei creato, felice concretizzazione di coerenza semiotica che si rispecchia nel setting ed in ogni singola suggestione che ivi – nell’ apposito sito web, il magazine virtuale nonché nella sua rubrica “Sunday from my desk” – si trova. Codesto é un brillante esempio, una lodevole eccezione alla regola di mainstream – mero frutto del fine intelletto e raffinato gusto di colei che ha creato tutto ciò – in cui la coerenza semiotica è qualcosa di controverso. In questa circostanza – che mi piace ricordare – sottolineavo a costei l’ esigenza e l’ imperativo categorico del mondo della formazione di settore ovvero insegnare a decodificare la realtà (unione di cultura di massa ed underground in cui la seconda sovente influenza l’ estetica della prima), dare ai giovani – e ciò mi preme anche quale docente – un metodo per decifrare la realtà, nonché considerare i cambiamenti avvenuti nell’ ambito dei nuovi media che hanno influito sul modo di recepire informazioni e altro da parte dei giovani, circostanza che impone un mutamento e digitalizzazione nell’ apprendimento. Al di là dell’ importanza – che c’è e resta – dell’ analisi semiotica e storico-culturale della moda, le scuole di moda per lo più private anche se tra di loro rifulge una struttura pubblica che opera all’ insegna dell’ eccellenza (nonostante la scarsità di fondi devoluta dallo stato italiano, dovuta a forza maggiore ovvero alla crisi economica che si trova a fronteggiare) ovvero la facoltà di Fashion Design dall’ Università Iuav di Venezia, ubicata a Treviso e diretta da Maria Luisa Frisa, manca o meglio non è ancora incisivamente consolidata una piattaforma che traini gli studenti neo-diplomati e li sostenga, dando vita a un incontro con l’ industria ed il mercato che vada ben oltre la fase degli stage formativi, utili, ma non determinanti in questo senso. Ciò ha una brillante eccezione protagonista delle giornate della moda milanesi ovvero il Polimoda, rinomata istituzione – privata – di Firenze che da gennaio 2012 ha lanciato la piattaforma Polimoda Talents il cui risultato é stato la Polimoda Fashion Week ed altri eventi che si sono tenuti in giugno a Firenze in occasione dell’ ultima edizione di Pitti, come l’ evento espositivo nella boutique milanese di Mauro Grifoni di cui è protagonista in questi giorni il neo-diplomato Yojiro Kake e a breve anche una installazione a Parigi in occasione dell’ evento fieristico Tranoi. Questo è ciò che è stato fatto da una scuola in soli nove mesi, prova che l’ etica del “festina lente”, l’ affrettarsi lentamente funziona, ma è meglio affrettarsi per avere più risultati, solide realtà, diffondere energia positiva e dar vita a sinapsi all’ insegna di creatività ed eccellenza. Questo è stato fatto da una struttura italiana, diretta da una brillante individualità che italiana però non è, ma belga, Linda Loppa. Anche questo è un dato che emerge, su cui riflettere: la internazionalizzazione dell’ Italia nel mondo della moda – che stenta a crescere – un approccio che dovrebbe essere seguito da altre istituzioni, vivendo in tempi di globalizzazione, circostanza in cui sarebbe d’ uopo ricorrere al doppio binario ovvero l’ approccio glocal, globale e locale, creando le condizioni per riscuotere risultati pieni e duraturi. Mi sono concentrata sull’ opera di scuole, ma il mondo dell’ editoria di mainstream ovvero Vogue Italia ha lanciato lodevoli iniziative a sostegno della creatività emergente, prima collaborando con Altaroma – istituzione di cui non si parla abbastanza in merito alla sua opera di promozione di giovani creativi – che ha ideato il concorso di talent-scouting Who Is On Next – e poi, più recentemente il Red Passion Talent Scouting Prize, evento ideato in collaborazione con Campari, protagonista dell’ ultima edizione milanese della Vogue Fashion’s Night Out. Questa è la via per rinnovare il sistema moda Italia, fare emergere il nuovo, il nuovo che non sia però post-moderno, mera riedizione o reinterpretazione pedissequa di un lontano o vicino passato – e perciò è d’ uopo ricorrere a una attenta analisi semiotica, finalizzata a riconoscere e distinguere ciò – e per fare ciò serve anche altro. Cosa serve? Creare le condizioni per esporre, sollecitare la vendita e l’ accessibilità nel mercato dei prodotti di nuovi nomi del made in Italy come fanno fiere e buyer quali l’ evento fieristico milanese – creato da Massimiliano Bizzi – White con i suoi “Six talents for White” e lo spazio “Inside White”, nonché Rosy Biffi, proprietaria della boutique milanese Biffi che vende le creazioni dei finalisti dell’ ultima edizione di Who Is On Next. Last but not the least manca all’ appello uno degli attori più determinanti, la Camera Nazionale della Moda Italiana. Codesta istituzione deve fare i conti con la decadenza di Milano che é divenuta l’ ottava capitale mondiale della moda . Riguardo a ciò, un rimedio da considerare é il ridimensionamento dei costi di produzione di sfilate di brand rinomati e talenti emergenti per rendere Milano una meta più appetibile a tutti coloro che vorrebbero sfilare  in Italia, nonché proporre eventi che sinergicamente si uniscano all’ opera compiuta dagli altri attori di cui ho finora parlato. Codesto è un imperativo categorico per Milano quale capitale della moda che ha brillato fino a una decina di anni fa e con il tempo si è erosa. Coloro che guardano a New York, alla sua fashion week come il nemico e responsabile dei mali della fashion week milanese e di altre fashion weeks sbagliano, poiché a New York sono state create le condizioni – socio-economiche – per rendere la fashion week ambita e considerata anche un buon investimento economico. É in questo ambito che la Camera Nazionale della Moda Italiana dovrebbe lavorare, dialogando con le case di moda, i media, le scuole ed i buyers per fare quel salto in avanti da compiere per onorare un passato e tradizione che non può disattendere, evitando di ridurre questa celebre piazza in un opificio prodottistico e credendo invece nel potere del cambiamento e nel valore di innovazione e creatività.

Franca Sozzani, photo by Luca Reali

Silvia Venturini Fendi – President of Altaroma – and me, photo by N

Rosy Biffi, photo by N

Anna Piaggi, photo by N

The legendary and iconic journalist, author Anna Piaggi – who was born on March 23rd 1931 -, died in Milan at her house a couple of minutes ago(. Thus unofficial voices referred). I am sad to say goodbye to the one of most emblematic voices of Italian fashion journalism, who has made of unforgettable Double Pages of Vogue Italia and the enchanting book “Anna-chronique”(Longanesi, very rare book) made along with her darling friend Karl Lagerfeld and has featured in “Fashion-ology”(of whose catalogue has made by Judith Clark), the exhibition which paid homage to her, held in 2006 in London at Victoria & Albert Museum. A legend who will live forever in the minds and hearts of all the ones who love her.

ADDIO A UNA LEGGENDA, ANNA PIAGGI

Anna-chronique by Anna Piaggi & Karl Lagerfeld

La leggendaria ed iconica giornalista e scrittrice Anna Piaggi – che era nata il 23 marzo 1931 -, é morta a Milano presso la sua dimora un paio di minuti fa( come hanno riferito voci non ufficiali). Mi duole dire addio ad una delle più emblematiche voci del giornalismo italiano di moda che ha realizzato le indimenticabili Doppie Pagine di Vogue Italia e l’ incantevole libro “Anna-chronique”( Longanesi, libro molto raro) realizzato insieme suo caro amico Karl Lagerfeld ed è stata protagonista di “Fashion-ology”( il cui catalogo é stato curato da Judith Clark), la mostra che le ha reso omaggio, tenutasi nel 2006 a Londra presso il Victoria & Albert Museum. Una leggenda che vivrà per sempre nelle menti e nei cuori di tutti coloro che la amano.

A sketch by Judith Clark depticting the setting of exhibition at Venice Fortuny Museum

Maria Luisa Frisa, eclectic and bright individual who is the Director of Fashion Design Faculty of Iuav University of Venice, fashion critic, author and fashion curator recently tells about the new project involving her, a fashion exhibition she curated along with Judith Clark promoted by the Venice Civic Museums Foundation and Diana Vreeland Estate which will be held in Venice from 9th March to 26th June 2012 at the Fortuny Museum, paying homage, reconstructing and telling about the genius of Diana Vreeland – legendary fashion editor of “Harper’s Bazaar” and editor-in-chief of Vogue who influenced the way to perceive and catch fashion yesterday and today as well as the way to display fashion in the Museums, being been consultant at Costume Institute of the New York Metropolitan Museum of the arts -, a successful chance to talk about fashion and fashion curating, being also the theme of an international meeting – organized during the opening of exhibition by the The Iuav University of Venice in collaboration with the London College of Fashion-University of the Arts London and the Centre for Fashion Studies of Stockholm University – which will be held on 10th March 2012 as well as exploring the fashion grammar and its imagery, Diana Vreeland contributed yesterday to develop and showcase and Maria Luisa Frisa today researches, defines, tells and showcase at best.

What is the path did you choose to tell in the exhibition you curated about the charismatic Diana Vreeland?

“I’m really very bound to the persona Diana Vreeland as fashion editor at editor at “Harper’s Bazaar” (1936-1962) and later visionary editor-in-chief of “Vogue America” (1962-1971), as well as curator of fashion exhibition, during her time spent at the Costume Institute of Metropolitan Museum from 1972 to 1989, year of her death. I started working on the Vreeland’s legacy in 2008, during the installation Vreelandesque, organized by Class Editors and curated by me that celebrated the Vreeland style and her visionary approach to fashion by a display of magazine for whose she worked as well as by editing of pictures of the exhibitions she curated. It has arisen since that project the will of bringing on more complex level the reflection about the fashion exhibitions and fashion curating and the fundamental role of Diana Vreeland in the evolution of these two aspects of that complex discipline that is fashion.

The exhibition, curated by Judith Clark and me, promoted by the Venice Civic Museum Foundation and Diana Vreeland Estate, will be held at the Fortuny Museum from 9th March to 26th June 2012. It’s the first exhibition explicitly reflecting on the complexity of Vreeland’s work, who has been simultaneously editor and curator and on her ability to use fashion as extraordinary flywheel for the imagination. It’s not only a fashion exhibition, but a chance to understand how and when many of imaginaries of contemporary fashion have arisen.

The exhibition tries to put a focus on the magnificent, imaginative journey that Diana Vreeland went through during the Nineties: the exhibition will be divided between the noble floor and the second floor of Fortuny Museum, a journey through 3 cores that – I believe – can tell very much about Diana Vreeland. It starts from elements of her personal style and obsessions, being fundamental to define her approach as a curator in the display and interpretation of fashion. Then it follows with the exploration of Diana Vreeland as a curator through her innovative exhibition projects: a series of typical museum cases, will emphasize the elements that featured in exhibitions by Diana Vreeland. Obviously the mannequins will have a central role, alluding to the original installations by Diana Vreeland and ideated exclusively for the exhibition by Judith Clark along with the La Rosa company. The magazines (original issues of “Harper’s Bazaar” and “Vogue America”), the catalogues and the books released during the exhibitions she curated will be the last core of the exhibition: a complex editorial work reflecting her ability to catch in advance tastes and trends through the Nineties.

The exhibitions by Diana Vreeland also includes a series of dresses, many of them to be seen for the first time in Italy as items of Saint Laurent and Givenchy worn by Diana Vreeland and coming from the archives of the New York Metropolitan Museum of Art, in addition to some extraordinary Balenciaga items lent from the Balenciaga Museum, recently opened in Getaria, the most iconic creations by Saint Laurent from the Pierre Bergé-Yves Saint Laurent Foundation, precious items that marked the Nineties fashion coming from important private and institutional collections, including items of Chanel, Schiaparelli, Missoni, Pucci and the costumes of Russian Ballets.”

Are there an satellite events you organized around the exhibition?

The Iuav University of Venice – where I head the degree course in Fashion Design – organizes on 10th March 2012 during the opening of exhibition, an international meeting in collaboration with the London College of Fashion-University of the Arts London and the Centre for Fashion Studies of Stockholm University. The meeting, focused on the discipline of fashion curating features the most important names in International realm of fashion museum and curating of fashion exhibition as Harold Koda, Akiko Fukai, Kaat Debo, Alexandra Palmer, Amy de la Haye, Becky Conekin, Stefano Tonchi, Miren Arzalluz. It starts from the experience of Diana Vreeland at the Met and continues with a series of reflections about the topic of fashion curating and the relationship between fashion, installations and museums. I am involved in the day of studies which is part of the Curatorial Practices and fashion museography. The project in fashion, came out of the Department for research at the Iuav University of Venice. One more advance towards a better fashion presence between the academic disciplines in Italy”.

Do you think in our times there are other icons in the fashion system or publishing as powerful as Diana Vreeland?

“All of the stylists today are already genuine celebrities. They are photographed, featured on the blogs, editors of blogs where they show themselves and show their point of view about fashion. I think this genuine cult of personality is an evolution of what was already suggested by Diane Vreeland when she was a fashion editor at “Harper’s Bazaar” and later on as the editor-in-chief at “Vogue”. Now that the stylist has moved from the backstage to the center stage: it makes it more difficult (but maybe more interesting) to be unique and influential. The path towards a conscious self-styling, simultaneously detailed as well as visionary, makes it more difficult to rule”.

“Never fear being vulgar, just boring”, to which extent do you agree with the assertion of Diana Vreeland?

“The genius of Diana Vreeland was expressed above all by creating a grammar of excess. The exhibition and the release of the book – which coincides with the exhibition – is curated by me and Judith Clark and has the intention – of being naturally difficult – in order to reconstruct this visual and conceptual grammar. The intention is for the exhibition to create a setting for Diana Vreeland’s flamboyant vision of fashion, Diana talked about excess, allure, chic, pizazz, all terms that are now part of the fashion vocabulary. Naturally there is no fear of being vulgar, but there is still a need to measure the elements that give rise to excess. There is intuition, but also a specific algebraic system, allowing (or rather looking for) the mistake without losing sight of an equation of style, combining the natural with the artifice. A fashion algebra, which reminds me a lot of what Anna Piaggi tells us on her double pages” in Italian Vogue”.

What has changed in fashion print publishing, what stays from the past and what do we disguard?

“The magazine is here to stay. The double page is a fundamental unit for the construction of an issue and is an important element in expressing visual tales. We will always have the legacy left behind by great visionaries such as Alexey Brodovitch who was a graphic designer and art director of Harper’s Bazaar for nearly a quarter of a century including Diana Vreeland’s “Bazaar” years. He is the one that designed the mythological column by Vreeland, “Why don’t you…”.

What is your opinion about Diana Vreeland as a consultant to the Costume Institute of the Metropolitan Museum of Art in New York (who wanted the exhibitions to look like a part of the present instead of the past)?

“It’s the force of interpretation the risk always assumed by a curator. It’s an approach that doesn’t question the rigorous and fundamental work of curator (reconstruction the history of an object, dress, describing that in its own materiality and inserting in the age it came from), but it uses these views to make arising further reflections about the culture and fashion history, with a view starting from the past to develop new stories and catch never explored path”.

“The trouble with this country is that they want to give the public what it wants. Well, the public wants what it can get, and it‘s up to the museum to teach them what to want public”, said Diana Vreeland, is this assertion still contemporary?

“The answer is a complex one as it needs to take into consideration different types of museums (decorative arts, contemporary art, fashion, etc.). It must be said that still in Italy we do not have a genuine fashion museum that is of a level that it can compete with the big International museums and institutions. There are a few significant realities, but it still lacks, for example, a workable mechanism of connection. I think this has more to do with the outdated status of Italian reflection about the fashion culture. With this exhibition we are trying to bring a higher level of the discussion of these themes with Italian fashion. One must be very contemporary and it is urgent to resolve this problem with an Italian fashion museum”.

Considering the eclecticism of your work, what is your approach to define, observe, dialogue and promote art, fashion, culture and innovation?

“To act as a curator means that we must give rise to reflections about the visual contemporary culture which embodies fashion and art works. In acting as the director of a fashion school, the degree Course in Fashion Design at the Iuav University of Venice: my intention is to create a place that is a fertile ground for academic research and which helps to form a new generation of fashion designers”.

GRAMMATICA DELLA MODA & CURATELA DI MODA: IL GENIO DI DIANA VREELAND RACCONTATO DA MARIA LUISA FRISA

Veruschka in Yves Saint Laurent, photo by Irving Penn, Vogue 1st September 1965

Maria Luisa Frisa, eclettica e brillante individualità che é il Direttore della Facoltà di Fashion Design della Università Iuav di Venezia, critico di moda, scrittrice fashion curator, parla recentemente dell’ ultimo progetto che la coinvolge, una mostra di moda da lei curata unitamente a Judith Clark, promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia ed il Diana Vreeland Estate che si terrà a Venezia dal 9marzo al 26 giugno 2012 presso il Museo Fortuny che rende omaggio, ricostruisce e racconta il genio di Diana Vreeland – leggendaria fashion editor di “Harper’s Bazaar” e direttore editoriale di “Vogue” che ha influenzato il modo di percepire e catturare la moda ieri ed oggi come anche il modo di esporre la moda nei Musei, essendo stata curatrice al Costume Institute del Metropolitan Museum of the Arts di New York -, una felice occasione per parlare di moda e curatela di moda che è il tema di un convegno internazionale – organizzato in occasione della mostra dalla Università Iuav di Venezia in collaborazione con il London College of Fashion-University of the Arts London ed il Centre for Fashion Studies of Stockholm University – che si terrà il 10marzo 2012 come anche per esplorare la grammatica della moda ed il suo immaginario che Diana Vreeland ha contribuito ieri a consolidare ed esporre e che oggi Maria Luisa Frisa ricerca, definisce, racconta ed espone al meglio”.

Quale percorso hai scelto per ricostruire e raccontare nella mostra da te curata la carismatica Diana Vreeland?

“Sono particolarmente legata alla figura di Diana Vreeland, sia in quanto fashion editor ad “Harper’s Bazaar” (1936-1962) e poi visionario direttore a “Vogue America” (1962-1971), sia in quanto curatore di mostre di moda durante il suo periodo al Costume Institute del Metropolitan dal 1972 al 1989, anno della sua morte. Ho iniziato a lavorare sull’ eredità di Vreeland nel 2008 in occasione dell’installazione Vreelandesque, organizzata da Class Editori e da me curata che celebrava lo stile Vreeland e il suo approccio visionario alla moda attraverso una esposizione delle riviste a cui ha lavorato, come anche montaggi di immagini delle mostre che ha curato. Da quel progetto è nato il desiderio di portare a un livello più complesso la riflessione sulle mostre di moda e sul fashion curating e sul ruolo centrale di Diana Vreeland nell’evoluzione di questi due aspetti di quella complessa disciplina che è la moda.

La mostra, curata da Judith Clark e da me, promossa dalla Fondazione dei Musei Civici di Venezia e dal Diana Vreeland Estate, sarà allestita al Museo Fortuny, dal 9 marzo al 26 giugno 2012. Si tratta della prima mostra che riflette in modo esplicito sulla complessità del lavoro di Diana Vreeland, simultaneamente editor e curator e sulla sua capacità di usare la moda come straordinario volano per l’immaginazione. Non solo una mostra di moda, quindi, ma l’occasione per capire come e quando sono stati messi a fuoco buona parte degli immaginari della moda contemporanea.

La mostra cerca di restituire l’incedere immaginifico con cui Diana Vreeland ha attraversato la moda del Novecento: il percorso espositivo sarà articolato fra il piano nobile e il secondo piano del Museo Fortuny, un viaggio attraverso tre nuclei che crediamo possano raccontare Diana Vreeland molto bene. Si parte dagli elementi del suo stile personale e dalle sue ossessioni, fondamentali nel definire il suo atteggiamento curatoriale rispetto alla messa in scena e all’interpretazione della moda. Poi si prosegue nell’esplorazione di Vreeland come curatore attraverso i suoi innovativi progetti allestitivi: un serie di teche, elemento museale per eccellenza, enfatizzerà gli elementi che hanno caratterizzato le mostre di Diana Vreeland; ovviamente un ruolo centrale avranno i manichini che alludono agli allestimenti originali di Vreeland e sono progettati appositamente da Judith Clark insieme alla ditta La Rosa. Ultimo nucleo in mostra saranno le riviste (numeri originali di “Harper’s Bazaar” e “Vogue America”) e i cataloghi e i libri usciti in occasione delle mostre da lei curate: un complesso lavoro editoriale che attraverso il Novecento e riflette la sua capacità  di intercettare e anticipare gusti e tendenze.

Le mostre di Diana Vreeland includono da una serie di abiti, molti dei quali saranno visti per la prima volta in Italia quali i capi di Saint Laurent e Givenchy indossati da Diana Vreeland e provenienti dal Metropolitan Museum of Art di New York, alcuni straordinari pezzi di Balenciaga prestati dal Cristóbal Balenciaga Museum, recentemente inaugurato a Getaria, le creazioni più iconiche di Saint Laurent dalla collezione della Fondation Pierre Bergé-Yves Saint Laurent, preziosi esemplari che hanno segnato la moda del Novecento provenienti da prestigiose collezioni private e aziendali fra cui capi di Chanel, Schiaparelli, Missoni, Pucci e costumi dei Balletti Russi”.

Hai organizzato altri eventi collaterali ad essa?

L’Università Iuav di Venezia – presso la quale dirigo il Corso di Laurea in Design della moda – in occasione dell’inaugurazione della mostra organizza il 10 marzo 2012 un convegno internazionale in collaborazione con il London College of Fashion-University of the Arts London e con il Centre for Fashion Studies della Stockholm University. Il convegno, dedicato alla disciplina del fashion curating, prevede la partecipazione dei nomi più importanti nel panorama internazionale dei musei della moda e della cura delle mostre di mode quali Harold Koda, Akiko Fukai, Kaat Debo, Alexandra Palmer, Amy de la Haye, Becky Conekin, Stefano Tonchi, Miren Arzalluz. Il convegno parte dall’ esperienza di Diana Vreeland al Met e continua con una serie di riflessioni sul tema del fashion curating ed il rapporto fra moda, allestimenti e musei. Ho allestito una giornata di studi che fa parte della ricerca Pratiche curatoriali e museografia della moda. Il progetto nella moda che rientra nelle attività dell’unità di ricerca del Dipartimento per la ricerca dell’Università Iuav di Venezia. Un altro passo verso una maggiore presenza in Italia della moda fra le discipline accademiche”.

Ritieni che oggi esistano altre icone nel fashion system o nell’ editoria della moda talmente formidabili come Diana Vreeland?

“Tutti gli stylist di oggi sono ormai delle vere e proprie celebrities. Sono fotografati, sono protagonisti dei blog, sono autori a loro volta di blog in cui si espongono ed espongono il loro punto di vista sulla moda. Credo che questo vero e proprio culto della personalità abbia che fare con una delle possibili evoluzioni di quello che ha suggerito Vreeland al tempo in cui era fashion editor a “Bazaar” e successivamente nelle vesti di come direttore editoriale a “Vogue”. Adesso gli stylist sono passati dal backstage al centro della scena: questo però rende più difficile (ma forse più interessante) essere unici e influenti. Il percorso verso un self-styling consapevole, simultaneamente preciso e visionario, è molto più arduo da stabilire”.

“Non bisogna aver paura di essere volgari, soltanto di esser noiosi”, in che misura sei d’ accordo con l’affermazione di Diana Vreeland?

“La genialità di Vreeland si è espressa soprattutto attraverso la messa a punto di una grammatica dell’eccesso. La mostra e la pubblicazione del libro – che coincide con la mostra – è da me sempre curata e da Judith Clark e si pongono come obiettivo – certamente difficile – quello di ricostruire questa grammatica visuale e concettuale. La finalità è la messa a punto per la mostra della visione flamboyant della moda di Diana Vreeland, Diana parlava di eccesso, allure, chic, pizazz, tutti termini che sono ormai entrati a far parte del vocabolario della moda. Sicuramente non bisogna aver paura di essere volgari, ma bisogna anche saper dosare gli elementi che innescano l’eccesso. C’è intuito, ma anche un preciso sistema algebrico che si permette (e anzi cerca) l’errore, senza perdere di vista un’equazione di stile che mescola naturalezza e artificio. Un’algebra della moda che mi ricorda moltissimo quella di cui parla Anna Piaggi a proposito delle sue doppie pagine su Vogue Italia”.

Cosa è cambiato nell’ editoria di moda cartacea, cosa resta del passato e cosa lasciamo?

“La rivista resterà sempre. La doppia pagina è un’unità fondamentale per la costruzione di un’ edizione ed è un importante elemento per l’ espressione dei racconti visuali. dedicati alla moda e ai suoi immaginari. Del passato resterà sempre l’ eredità di grandi visionari come Alexey Brodovitch che è stato grafico e art director di Harper’s Bazaar per circa un quarto di secolo, compresi gli anni di Diane Vreeland di “Bazaar”. Costui è colui che ha messo in pagina la mitologica rubrica di Vreeland, “Why don’t you…”.

Qual è la tua opinione sull’approccio seguito da Diana Vreeland nelle vesti di consulente del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York (la quale voleva le mostre apparissero come parte del presente invece del passato)?

“È la forza dell’interpretazione, il rischio sempre assunto da un curatore. Si tratta di un atteggiamento che non mette in discussione il lavoro rigoroso e fondamentale del curatore (che ricostruisce la storia di un oggetto, di un abito, descrivendolo nella sua materialità e collocandolo correttamente nel suo periodo di appartenenza), ma che utilizza questi aspetti per innescare riflessioni ulteriori sulla cultura e la storia della moda, con uno sguardo che parte dal passato per costruire nuove storie e intercettare traiettorie non ancora esplorate”.

“Il problema di questo paese è che vogliono dare al pubblico ciò che vuole. Ebbene il pubblico vuole ciò che non può ottenere e spetta al museo per insegnargli ciò che vogliono”, diceva Diana Vreeland, questa affermazione è ancora attuale?

“La risposta è complessa, soprattutto perché richiede di considerare diverse tipologie di musei (arti decorative, arte contemporanea, moda, ecc.). Mi limito semplicemente a sottolineare che in Italia manca ancora un vero e proprio museo della moda, in grado di confrontarsi con i grandi musei ed istituzioni internazionali. Ci sono alcune poche realtà significative, ma ancora manca, per esempio, un funzionale meccanismo di raccordo. Credo che tutto questo abbia a che fare con lo stato ancora arretrato della riflessione italiana sulla cultura della moda. La mostra e il convegno sono anche il tentativo di portare a un livello superiore il dibattito italiano rispetto a questi temi in relazione alla moda italiana. Una questione di grande attualità e urgenza è risolvere questo problema con un museo della moda italiana”.

Considerando l’eclettismo della tua opera qual è il tuo approccio per definire, osservare, far dialogare e promuovere arte, moda, cultura e innovazione?

“Agire come un curatore significa innescare riflessioni rispetto alla cultura visuale contemporanea che racchiude le manifestazioni della moda e quelle dell’arte. Agire come direttore di una scuola di moda, il corso di laurea in Design della moda dell’Università Iuav di Venezia:la mia intenzione è creare un luogo che sia un terreno fertile per la ricerca accademica ed aiuti a formare una nuova generazione di fashion designer”.

Veruschka in Valentino and De Barentzen, photo by Franco Rubartelli. Vogue 1st April 1967

Benedetta Barzini in Grès, photo by Irving Penn and the editorial by Diana Vreeland, Vogue 1st September 1967

Coat by Yves Saint-Laurent ( Fall/Winter 1969 collection) , photo by Duane Michals for Yves Saint Laurent, catalogue of the exhibition curated by della mostra Diana Vreeland (New York, The Costume Institute at The Metropolitan Museum of Art, 14th December 1983-2nd September 1984), New York, The Metropolitan Museum of Art, 1983

Costume worn by Joan Crawford in The Bride Wore Red (1937) made by Adrian, photo by Keith Trumbo featuring in the book by Dale McConathy with Diana Vreeland, Hollywood Costume. Glamour! Glitter! Romance!, New York, Harry N. Abrams, 1976, made after the exhibition Romantic and Glamorous Hollywood Design, curated by Diana Vreeland (New York, The Costume Institute at The Metropolitan Museum of Art, 21st December 1974-31st August 1975)

"Why don't you", the double pages by Diana Vreeland, Harper's Bazaar, December 1936 issue (first year Diana Vreeland works for “Bazaar”, who started on March 1936)

"Why don't you", the double pages by Diana Vreeland, Harper's Bazaar, May 1941 issue ( last time it appears the editorial)

Dress by Madeleine Vionnet (1925-1926), photo by Irving Penn featuring in Inventive Paris Clothes 1909-1939 (New York, The Viking Press, 1977), book made teaming with Diana Vreeland after the exhibition The 10s, The 20s, The 30s. Inventive Clothes 1909-1939, curated by Diana Vreeland (New York, The Costume Institute at The Metropolitan Museum of Art, 13th December 1973-3rd September 1974)

www.ashadedviewonfashion.com

www.museiciviciveneziani.it

Alberta Ferretti Fall/Winter 2011-2012

The Fall/Winter 2011-2012 collection by Alberta Ferretti, presented during the latest edition of Milan Fashion Week, features many leitmotivs that made the brand famous, as clean lines – of light silk dresses enriched by precious decorations, appearing also in the tight long boots defining the outfits -, a elegant sobriety emphasized by light volumes, lame, velvet and wool fabrics, a palette of colors including dark colors as well as brighter shades – as green and orange -, portrait of a sophisticated woman joining romantic suggestions reinterpreted under the sign of contemporary times. A mood successfully evoked also by the closing track of fashion show “Rolling in the deep” by Adele.

MILANO MODA DONNA: L’ ELEGANTE SOBRIETÀ DI ALBERTA FERRETTI

Alberta Ferretti Fall/Winter 2011-2012

 
 

 

La collezione autunno/inverno 2011-2012 di Alberta Ferretti, presentata in occasione dell’ultima edizione di Milano Moda Donna, ha quale protagonista plurimi leitmotiv che hanno reso famoso il brand quali linee pulite – degli abiti arricchiti da preziose decorazioni che appaiono anche negli aderenti lunghi stivali, definendo gli outfit -, una elegante sobrietà enfatizzata da volumi leggeri, tessuti laminati, velluto, lana, una palette di colori che include colori scuri come anche nuance più brillanti – quali verde e arancione -, ritratto di una donna sofisticata che unisce suggestioni romantiche,reinterpretate all’insegna della contemporaneità. Un mood felicemente evocato anche dal brano di chiusura della sfilata, “Rolling in the deep” di Adele.

Alberta Ferretti at the backstage of fashion show

A model at the backstage wearing the decorated boots by Alberta Ferretti

A model at the backstage of Alberta Ferretti

Anna Piaggi at the backstage of Alberta Ferretti

Daniel P. Dykes - of Fashionising.com - after the Alberta Ferretti' s fashion show in via Senato

www.albertaferretti.com

 

Dear FBFers, here to you the today post available on  the blog  “A Shaded View On Fashion“, a reportage about  the suggestive  fashion show of Aquilano Rimondi: the energy and positivity of color, emphasized by magnificent prints evoking the masterpieces by Gustav Klimt, shines in the Spring/Summer collection 2011 of Aquilano Rimondi, brand created by Tommaso Aquilano and Roberto Rimondi under the sign of a caressing luxury, featuring Sixties inspired shapes, soft and slim lines, precious fabrics as silk shantung.

DA ASVOF A FBF: IL GLAMOUR DEI COLORI DI AQUILANO RIMONDI

 

 

Aquilano Rimondi SPring/Summer 2011

Cari FBFers, eccovi il post  disponile sul blog  “A Shaded View On Fashion“, un reportage sulla suggestiva sfilata di Aquilano Rimondi: l’ energia e positività del colore, enfatizzata da magnifiche stampe che evocano i capolavori di Gustav Klimt, splende nella collezione primavera/estate 2011 di Aquilano Rimondi, brand creato da Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi all’insegna di un carezzevole lusso che ha quale protagonista volumi che si ispirano agli anni Sessanta, linee fluide e slim e tessuti preziosi quali lo shantung di seta. 

 

 

Anna Piaggi at the backstage of Aquilano Rimondi

Aquilano Rimondi Spring/Summer 2011

www.ashadedviewonfashion.com

www.aquilanorimondi.com

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